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Elisabetta Civardi: «Così ho lavorato con gli albi illustrati in un progetto per genitori detenuti»

elisabatta civardi

Il mio lavoro presso la casa circondariale di Genova ha avuto inizio nel 2016 quando, grazie a un fondo residuo su un progetto di attività culturali per le carceri liguri, io e una mia collega educatrice abbiamo presentato un percorso di genitorialità per papà detenuti, basato sulla lettura di albi illustrati.
All’inizio, avevamo ricevuto solo una adesione. Poi, però, si è attivato il passaparola -“stiamo facendo qualcosa per i nostri figli”- e così si sono aggiunti circa una dozzina tra papà, nonni e zii.
Centrale è stato il senso del lavoro su se stessi, per poi pensare di avere un riscontro nel miglioramento del rapporto col proprio bambino.
Libri sulle emozioni, sul diverso da sé, sull’amicizia e sull’incontro con l’altro hanno offerto lo spunto per porre al centro l’infanzia come momento di sviluppo emotivo fondamentale: attraverso il disegno e le attività artistiche, modulate sulle letture, cercavamo di mettere ordine nei vissuti che emergevano.
Dopo due anni questa attività è giunta a termine, ma ho avuto modo di riprenderla come educatrice nel progetto “La barchetta rossa e la zebra”, una iniziativa che ha visto impegnata una pluralità di soggetti in cordata: Fondazione Rava N.P.H. Italia Onlus (ente promotore), Cooperativa il Cerchio delle Relazioni (capofila), associazione Con i bambini (finanziatore), Amministrazione penitenziaria locale e dell’esecuzione penale esterna, Comune di Genova e Associazioni territoriali del Terzo Settore (Cooperativa Il Biscione, veneranda Compagnia di Misericordia, Centro Medico psicologico pedagogico LiberaMente, Arci Genova e CEIS Genova). Scopo del progetto:

contrastare la povertà educativa e favorire la relazione tra figli e genitori detenuti nelle C.C. Marassi e Pontedecimo di Genova


I figli dei detenuti hanno pari diritti di ogni bambino. Sembra scontato, ma non corrisponde a quanto accade nella realtà. Quando un bambino entra in una Casa Circondariale per far visita ad un parente si trova in un contesto “alieno” rispetto a se stesso e alla propria crescita: rumori, colori, odori si imprimono nella memoria associati a sensazioni che spesso non è dato modo di rielaborare e dunque comprendere.
Risulta quindi non solo importante, ma proprio fondamentale, pensare a dare nuova veste ai luoghi che il bambino attraversa durante la visita in carcere.
Non si tratta di interventi puramente decorativi, fini a se stessi, ma di vere e incisive azioni sociali. Passare la mattinata in un luogo gradevole abbassa l’ansia e l’aggressività del minore; la presenza di bambini sorridenti e allegri contribuisce a rasserenare il momento di attesa dei parenti nella sala di aspetto e, infine, aiuta il dialogo padre-figlio.

Dopo la pubblicazione dell’albo illustrato Quando gli animali non avevano la coda (Terre di mezzo Editore, scritto da Anselmo Roveda), mi è stato chiesto di pensare a un percorso partecipato con alcuni papà che avrebbero progettato con me la nuova decorazione delle stanze colloquio per famiglie nelle carceri di Marassi. L’idea prevedeva dieci incontri in cui, grazie all’emersione dell’immaginario del gruppo, si sarebbero scelti i temi e le immagini di una vera e propria narrazione, da svolgere su tre pareti per stanza. Si sarebbe andati oltre l’applicazione “materiale” e concreta del detenuto per la creazione dei disegni: si chiedeva proprio un lavoro di comprensione e rielaborazione di contenuti che fossero adatti al proprio figlio/a e ad altri bambini.



Purtroppo, questa fase di lavoro ultima e più approfondita non è stata realizzata per la brusca interruzione dovuta al coronavirus. Non si voleva e non si poteva però lasciare un buco così grande in questo processo di consapevolezza sull’importanza degli spazi, peraltro ormai molto degradati (l’ultimo allestimento negli ambienti aveva più di dieci anni). Così, ho cercato di applicare la mia ricerca come illustratrice a questa realtà, che ormai conoscevo bene.
Insieme a una collega che da anni realizza laboratori di espressione artistica e corporea, abbiamo pensato a un decoro semplice, pulito ma colorato; volevamo un risultato allegro ma non fortemente caratterizzante; infine abbiamo scelto il tema della festa come situazione di scambio tra pari e come momento di cui sentiamo molto la mancanza a causa della pandemia in atto, e come momento di convivialità che non è comunque mai facile organizzare all’interno degli istituti di pena.


Una scimmia e un gatto che cercano di rompere una pentolaccia; un gruppo di animaletti che giocano al tiro alla fune su un prato: sono alcuni dei momenti spensierati che auguro ai bambini che vedranno i miei disegni; momenti che sogno possibili anche per quei papà che scontano una pena, ma che possono e devono recuperare un rapporto con l’infanzia, la fantasia e lo stare insieme.

Redazione: Elisabetta Civardi
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