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Anselmo Roveda presenta “Quando gli animali non avevano la coda”

Coordinatore del mensile “Andersen”, direttore della rassegna letteraria “Cabirda”, in precedenza educatore in servizi di prevenzione del disagio e giornalista, Anselmo Roveda ci racconta della sua passione per la lettura, di Genova, la sua città, e del suo nuovo libro Quando gli animali non avevano la coda, illustrato da Elisabetta Civardi.

Anselmo, come e quando ti sei avvicinato alla letteratura per l’infanzia?

Subito dopo l’istituto magistrale, durante gli studi universitari e i primi impegni educativi, mi ero regalato l’abbonamento a un po’ di riviste che riguardavano i miei interessi. Politica, antropologia, lingue, culture minoritarie, poesia, educazione. adoravo e adoro la varietà e l’unità che traspare da un progetto di rivista. Erano i primi anni ’90 del Novecento. Non so bene come (forse il consiglio di un amico o di un’insegnante) finii con l’abbonarmi ad «Andersen». Mi aspettavo di trovarci contenuti pedagogici, ma fu una rivelazione: dentro c’era soprattutto letteratura. Vi si intrecciavano in libertà poesia (narrazione) ed educazione (percorso evolutivo), senza le componenti che più pativo di una e dell’altra (la norma e il giudizio di certa pedagogia, l’autoreferenzialità e lo snobismo di certa letteratura).

Anche nella scrittura, oltreché nella lettura e negli interessi, iniziai a confrontarmi con la letteratura per l’infanzia e con la fiaba di tradizione popolare.
La redazione di «Andersen» si trova a Genova, la mia città, e per altre questioni – la casa editrice era anche lo studio del poliedrico Gualtiero Schiaffino – un giorno di qualche anno dopo ne varcai la soglia. Non ne sono più uscito. Così è nato l’interesse “professionale” per la letteratura per ragazzi; in realtà – ho capito dopo, ricostruendo la mia biografia di lettore – la passione era nata assai prima. Come per ogni giovane lettore, si era nutrita in un affastellarsi disordinato e per certi versi casuale di letture: le avventure di Salgari; i testi di Rodari; i pop-up di Kubasta; i libri di Richard Scarry; i manuali di Atomino, delle Giovani Marmotte e quelli curati da Vezio Melegari; le enciclopedie di casa (entrambi i nonni, d’estrazione proletaria, ne avevano il culto); i classici della letteratura per ragazzi donati da un’amica di mamma e poi comprati in proprio (il primo fu Robinson Crusoe) nella cartolibreria del paese dove vivevo da bambino; i fumetti Marvel pubblicati da Editoriale Corno; i periodici Disney comprati da mio padre e “Il Giornalino” in estate; il western di Toppi; i miti e le leggende; i Peanuts e Mafalda; volumi di divulgazione sugli animali (su tutti, quelli della collana “Guarda e scopri…” di AMZ) e sull’esplorazione spaziale.

Quando gli animali non avevano la coda: che effetto ti fa questa reinterpretazione moderna che le illustrazioni danno di un racconto della tradizione africana, e come è stato lavorare su un testo del genere?

È sempre sorprendente ed emozionante vedere come ogni illustratrice e illustratore arricchisca di senso la narrazione, creando ogni volta, nell’incontro con le parole, un nuovo immaginario.

Le illustrazioni di Elisabetta Civardi, così vivide nei protagonisti e così delicate nelle ambientazioni, fanno venire voglia di andare a zonzo per le vie della città degli animali, magari fermandosi a leggere un libro seduti in un dehors o a gustare una prelibatezza di confetteria.
Ne sono davvero contento.

Questa favola della tradizione africana mi è particolarmente cara. Il libro ha offerto l’occasione di questo ulteriore lavoro di riscrittura, ma in altra versione era compresa in una raccolta, ormai non più disponibile, pubblicata sempre da Terre di Mezzo nel 2005 (uno dei miei primi libri!) con le illustrazioni altrettanto intense di Allegra Agliardi.
Dare nuove parole a un racconto della tradizione è operazione entusiasmante e delicata, è un esercizio di libertà rispettosa; c’è la propria voce d’autore, ma anche la consapevolezza di essere l’anello di una catena antica e molteplice di narratrici e narratori, di essere termine ultimo ma momentaneo di una schiera, remota e moderna, di nonne, di griot, di cantastorie.

Rivista e Premio Andersen: cosa ci puoi raccontare dal tuo punto di vista di caporedattore?

Realizzare ogni mese un contenitore di informazione e critica intorno a letteratura, illustrazione e infanzia (adolescenza compresa) è impresa tanto faticosa quanto entusiasmante. In ogni periodo. Oggi ancor di più.

Gli scorsi mesi, con la crisi (sanitaria, sociale, economica) legata alla pandemia, sono stati emblematici; non abbiamo mai smesso di lavorare perché più che mai abbiamo colto come la rivista rappresenti non solo un utensile del fare quotidiano di tanti educatori delle lettura e professionisti del libro, ma anche uno strumento imprescindibile di collegamento, di relazione, tra le persone che si occupano di cultura per l’infanzia. «Andersen» è una rivista indipendente e libera, nessuna istituzione alle spalle, che va avanti dal 1982 grazie a un collettivo di persone; oggi, nel settore, rappresentiamo un’eccellenza e un’eccezione, sia per anzianità (dopo la sospensione delle pubblicazioni di «LG Argomenti» nel 2017) sia per periodicità (l’unico mensile in Italia, uno dei rari in Europa) sia per diffusione e seguito (tanto nel cartaceo quanto sui nuovi media) sia per qualità (il nome degli illustratori internazionali che ogni mese donano una loro copertina così come i contenuti d’approfondimento affidati alle migliori firme sono lì a testimoniarlo).

Al lavoro puntuale, quotidiano, per garantire l’uscita mensile e i contenuti web si affianca l’impegno costante di promozione della lettura e di selezione delle opere e dei percorsi di qualità; promozione che si declina nelle molte formazioni in giro per l’l’Italia; selezione che si concretizza una volta all’anno nell’assegnazione del Premio Andersen, un lavoro reso possibile grazie al coinvolgimento di collaboratori e giurati dalle differenti professionalità.

Sei stato direttore responsabile di un periodico nato nelle carceri genovesi. Ci racconteresti di questa esperienza?

Erano gli anni in cui mi dividevo tra lavoro sociale e giornalismo: la mattina a caccia di notizie come corrispondente di un’agenzia di stampa nazionale, il pomeriggio educatore in un centro per minori.

Per l’agenzia di stampa avevo conosciuto chi si occupava delle redazione di un giornalino fatto all’interno del carcere di Marassi; in quel periodo avevano voglia di fare un passo in avanti, di registrare la testata, di fare dialogare il “dentro” con il “fuori”, di raccontare il carcere ma anche di costruire un ponte con realtà esterne, quindi avevano bisogno di un giornalista iscritto all’Ordine che si facesse garante per la registrazione in tribunale e assumesse la carica di direttore. È nato così un percorso condiviso, un’emotivamente intensa attività di volontariato; per qualche tempo, ogni lunedì, sono andato in carcere per la riunione di redazione, costruendo i contenuti insieme agli ospiti della struttura e coinvolgendo l’illustratore Enrico Macchiavello per le copertine.

In seguito, altri impegni mi hanno impedito di seguire con costanza il progetto – ormai peraltro ben avviato; ma per diversi altri anni ho continuato a prestare la mia firma al giornale.

Il tuo precedente lavoro di educatore, come ha inciso nella scrittura di libri per l’infanzia?

Tra il 1995, anno in cui ho terminato il servizio civile, e il 2009 ho lavorato nei servizi sociali, soprattutto in azioni e centri di prevenzione del disagio minorile. Negli ultimi anni a tempo parziale, conciliandolo con il lavoro giornalistico e letterario, e dedicandomi ad aspetti gestionali e amministrativi; ma per un decennio ho fatto l’educatore sul territorio, in contesti complessi, con bambini e adolescenti per lo più provenienti da famiglie in difficoltà.

Grazie al lavoro “sulla strada” ho capito meglio l’importanza delle storie, nel senso del bisogno che ciascuna e ciascuno ha di raccontarsi per ricomporre il proprio mondo e il proprio vissuto. E quindi l’importanza di OGNI storia, minima e particolare, di vita.

Il raccontare – anche, e forse soprattutto, per chi vive momenti difficili – aiuta a dare senso o almeno ordine al passato, a organizzare (magari diversamente) il presente, a far immaginare (possibilmente in positivo) il futuro.

Genova, la tua città: come la racconteresti? Un luogo del cuore e un’esperienza

Qualche anno fa avevo appuntato queste parole, che rimangono per me la sintesi della città, o meglio del mio rapporto con essa:

Genova, a volte,
tersa e fosca,
operaia e aristocratica,
di lotta e di assenza,
di fracassi e di silenzi,
dolorosa e necessaria.

Un rapporto non semplice; Genova è base e tana, eppure è sovente aliena, immusonita più che altera, è amante e matrigna. Ma da quando, adolescente, ci sono arrivato, non sono più riuscito a lasciarla per davvero. Almeno per ora. Nemmeno quando amore e avventura chiamavano altrove, neppure quando allettanti proposte di lavoro reclamavano partenze.

Un luogo: il belvedere di Spianata Castelletto, un angolo di città ventoso, appollaiato sui tetti del centro storico, all’orizzonte il Mediterraneo.

Un’esperienza: la risposta popolare nei giorni del G8 (luglio 2001), con le persone che offrivano acqua durante la calura e che poi di fronte alla repressione aprivano porte e portoni per darci riparo. Genova è una città di passione civile, repubblicana da sempre, ostile agli autoritarismi. La storia è piena di esempi: la scacciata degli austriaci nel Settecento, le ribellioni contro i Savoia, il contributo laico e repubblicano al Risorgimento, la nascita del movimento operaio e socialista, la Resistenza, il 30 giugno 1960…

Progetti per il futuro che vorresti condividere con noi?

Taccio, ma penso forte… come davanti alle stelle cadenti, nel flic o floc dei ragazzi o nel soffio delle candeline sulla torta di compleanno.

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