L’albo illustrato può costituire uno strumento di riflessione anche per chi ha superato da tempo la propria infanzia? Per quanto mi riguarda, la risposta non può che essere affermativa. Come psicologa psicoterapeuta, ho inserito ormai da anni gli albi nei miei ambiti di intervento, clinico e formativo, rivolti ad adulte e adulti.
Associo quasi sempre la lettura con l’esperienza della scrittura autobiografica. Invitare a scrivere di sé in seguito all’ascolto e alla visione degli albi illustrati, mi ha permesso di offrire un’alternativa all’oralità come unica espressione dei propri vissuti, favorendo il passaggio verso ulteriori consapevolezze. Le adulte e gli adulti che leggono un albo entrano in contatto con parole e immagini, ma soprattutto, con la propria storia, con le esperienze realizzate o solo desiderate. Attuano quello che Marnie Campagnaro (Educare lo sguardo. Riflessioni pedagogiche sugli albi illustrati, in Encyclopadeia, 2013) definisce “un’interrogazione del testo e un’interrogazione che il lettore muove a se stesso”.
Il piede di Freki
Brainstorming e lettura
Durante una formazione con un gruppo di operatrici e operatori delle aree sanitarie ed educative, operanti nell’ambito delle disabilità fisiche e intellettive, ho proposto la lettura di Il piede di Freki, di Pija Lindenbaum. Prima, era stato chiesto alle e ai partecipanti, in un’attività di brainstorming, di condividere quanto venisse alla mente associato alla parola disabilità. Tra le parole emerse: assistenza; tristezza; amputazione; mancanza; sostegno; forza; limitazione; rassegnazione; dipendenza.
Poi, ho presentato l’albo che narra la storia di Freki, il quale si risveglia al mattino senza una delle scarpe nuove con cui era andato a letto.

Insieme alla scarpa, pure il piede in essa contenuto è svanito. Il bambino inizia a cercarla e incomincia un’avventura che si snoda attraverso una serie di incontri stravaganti con un animale con gli stivali, uno spazzacamino, un pescatore e una poliziotta. La situazione non viene risolta neppure dalla bambina con un cappello rosso in un bosco di calzature smarrite. Dopo tanto girovagare, Freki decide, con tranquillità, di sospendere le ricerche vista l’acquisita abitudine a camminare con un solo piede.
Il contenuto del testo scelto rimandava alla perdita, seppure in un tono umoristico e leggero, di una parte di sé, con una conseguente limitazione corporea. Al termine della lettura ho chiesto al gruppo di condividere ulteriormente i pensieri e le emozioni conseguenti all’ascolto del libro. Sono emerse parole quali: coraggio; determinazione; tenerezza; volontà; amicizia; accettazione; pregiudizio; forza; allegria.
La sostanziale differenza tra le due condivisioni, seppure la seconda mediata dal racconto di un albo illustrato, ha portato ad una riflessione collettiva su quanto la parola disabilità venga istintivamente associata ad esperienze e vissuti per lo più negativi e limitanti e come la lettura abbia portato invece ad ampliare il medesimo concetto con parole incoraggianti.
Scrittura
Infine è stata proposta una riflessione individuale con la scrittura, a partire da questa sollecitazione:
“Racconta della volta in cui hai perso qualcosa a cui tenevi. Fallo dal punto di vista della cosa persa”.
Al termine del tempo a disposizione, sono stati formati dei piccoli gruppi in cui condividere i racconti e confrontarsi sulle emozioni conseguenti alle perdite personali. In plenaria, si è poi riflettuto su “quanto aver dato voce alla cosa perduta” abbia permesso di guardare alle esperienze, anche sofferte, con maggior distacco e di aver compreso quanto aver fatto ricorso alle risorse individuali (per esempio: aver avuto la capacità di chiedere aiuto; di affrontare le vicende con humour) fosse stato importante per affrontare i periodi di difficoltà.
Desidero riportare, in conclusione, il commento di uno dei partecipanti al laboratorio:
“Siamo tutti Freki. Non ci avevo mai pensato prima di oggi. A volte abbiamo bisogno di qualcuno vicino, altre no. Ma tutti possiamo trovare il coraggio di vivere senza una scarpa”.
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