La violenza di genere è un fenomeno più complesso di quel che appare. È un vero e proprio iceberg, di cui quotidianamente notiamo solo una piccolissima parte, un minuscolo pezzo di ghiaccio che emerge dall’acqua, a fronte di una struttura ben più solida nascosta in profondità. Percosse, abusi, molestie, fino al femminicidio, sono forme di violenza che sappiamo riconoscere immediatamente.
Eppure tutto questo è costruito su discriminazioni più sottili, in alcuni casi addirittura legittimizzate dalla società: sessismo linguistico, gap salariali, svalorizzazioni, rappresentazioni mediatiche stereotipate. Per distruggere questo iceberg è fondamentale lavorare alla sua parte sommersa: la violenza non può essere superata senza eliminare i pregiudizi alla sua base.
Come fare? La scuola è un luogo privilegiato per sensibilizzare sul tema e incoraggiare un pensiero libero e critico in bambini, bambine, adolescenti. Nella cassetta degli attrezzi degli e delle insegnanti non possono mancare gli strumenti più preziosi e ancestrali che abbiamo a disposizione: le storie. Storie che sappiano incentivare l’empatia, sollevare dubbi, innescare un cambiamento. La lettura di storie di emarginazione, violenza, sfruttamento, ingiustizia può creare non solo dibattito, ma anche dare il via a una presa di coscienza intima, alla messa in discussione di una serie di abitudini che diamo così per scontate da non riuscire a vedere.
È poi indispensabile lavorare secondo sguardi molteplici. Non basta più una ‘semplice’ prospettiva al femminile: il percorso di consapevolezza ed emancipazione delle ragazze non può prescindere dall’educazione dei ragazzi. Le maschilità tossiche sono il vero elefante nella stanza, lo standard nocivo da decostruire per avviare una vera e propria trasformazione sociale. E allora ben vengano quelle storie che insegnano come essere uomini senza essere maschi tossici, che mostrano come la fragilità sia un bene prezioso, come la virilità sia una gabbia nociva per i ragazzi stessi. Allargando ancor di più la cornice, per affrontare davvero questo tema servirebbe uno sguardo intersezionale, capace di riconoscere come discriminazioni diverse – basate su razzismo, classismo, abilismo, omobitransfobia – si intreccino e si rafforzino a vicenda. La scuola e gli spazi educativi, lavorando tramite la narrazione, possono diventare una palestra in cui impariamo (studenti e insegnanti, insieme) a spezzare, o almeno allentare, la catena del pregiudizio e a costruire relazioni più giuste e libere.
Editoriale a firma di Dalila Forni, pubblicato sulla newsletter Terre di mezzo Scuola (novembre 2025). Forni è professoressa associata di Letteratura per l’infanzia presso l’Università dell’Aquila, si interessa di studi di genere ed ecocritici in riferimento alle narrazioni visive per bambin* e ragazz*, come albi illustrati e fumetti. Tra le ultime pubblicazioni “Raccontare il genere. Nuovi modelli identitari nell’albo illustrato” (Unicopli, 2022) e “Echi d’avvenire. Utopie ecologiche dal postapocalittico al solarpunk” (FrancoAngeli, 2025).
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