Dal 22 dicembre arriva in tutte le sale “Le otto montagne“, film tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Cognetti, Premio Strega 2017, pubblicato da Giulio Einaudi editore. I registi sono Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, gli interpreti Luca Marinelli e Alessandro Borghi.
Ma quando tutto è cominciato? Quando Paolo Cognetti ha iniziato a scrivere di montagna?
Qualche anno fa ho avuto un inverno difficile. Avevo trent’anni e mi sentivo senza forze, sperduto e sfiduciato come quando un’impresa in cui hai creduto finisce miseramente.
Cognetti non riusciva a scrivere, “che per me è come non dormire o non mangiare”, allora decide di lasciare Milano per trasferirsi in una baita di montagna, a duemila metri. Va a Estoul, una piccola frazione di Brusson in Val d’Ayas, nella speranza di fare i conti con il passato e ricominciare a scrivere.
Non era tanto un bisogno di partire, quanto di tornare; non di scoprire una parte sconosciuta di me quanto di ritrovarne una antica e profonda, che sentivo di avere perduto.
In montagna Cognetti scopre un nuovo ritmo e un nuovo tempo: il rapporto con la solitudine, la libertà, l’incontro stretto con la natura, l’amicizia con i montanari. A fargli compagnia le letture di Thoreau e Rigoni Stern. E finalmente la scrittura, una scrittura diversa.


“Pubblicare un diario di vita in montagna con Terre di Mezzo aveva per me un preciso significato: era un libro più intimo che probabilmente avrebbe avuto meno successo di pubblico, ma questo non m’importava perché scriverlo era stato altrettanto urgente per me. Anzi era proprio un libro nato di getto, senza essere stato progettato, mentre scrivevo l’altro, per tutte le scoperte e gli incontri che stavo facendo in montagna. Poi è capitato che il Ragazzo ha trovato i suoi lettori piano piano, in maniera silenziosa, com’è giusto in fondo, visto quello che racconta. Ed erano lettori diversi da quelli che avevo avuto fino ad allora.
Poi, dopo “Le otto montagne”, il piccolo libro è diventato grande perché in tanti a quel punto sono tornati a cercarlo.
Come ha influito sulle mie scelte: scrivendolo ho scoperto che scrivere della montagna mi piaceva molto, mi veniva naturale e volevo continuare a farlo.
Allora ho cominciato a pensare di passare dal diario al romanzo. In un certo senso, con il Ragazzo ho raccolto i materiali (la lingua, le persone, le storie) che ho poi usato nelle Otto montagne. Alcuni lettori – di solito i lettori forti – mi dicono ancora adesso che lo preferiscono all’altro e io ne sono contento, perché gli sono molto affezionato.”
Da quella prima esperienza a trent’anni, da allora Cognetti vive la sua personale transumanza: una vita trascorsa per metà dell’anno a Milano e per l’altra metà in Valle d’Aosta, insieme al cane Lucky, ritratto insieme a lui nella copertina di “Il ragazzo selvatico” realizzata da Alessandro Sanna. Da una parte Milano, la città sfrenata, gli accenti diversi dei suoi abitanti, i suoi rumori incessanti, e dall’altra il silenzio profondo e doloroso della montagna, le camminate e la solitudine.


Noi di Terre di mezzo vi invitiamo ad andare al cinema e a scoprire il quaderno di montagna da cui tutto è iniziato: “Il ragazzo selvatico“.
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