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Mario Salvini presenta “Il diamante è per sempre. Dieci storie per innamorarsi del baseball”

mario salvini il diamante è per sempre

Primo titolo di una nuova collana! Il libro si intitola Il diamante è per sempre (Mario Salvini). La collana è “Tempi di gioco” e vuole raccogliere storie che meritano di essere raccontate. Vicende incredibili, eppure così vere, di donne e uomini capaci di andare oltre la gara sul campo. Vittorie memorabili e sconfitte cocenti, imprese piccole e grandi che rendono lo sport un linguaggio universale.

In questa prima uscita, Mario Salvini (giornalista, curatore del seguitissimo Chepalle blog della Gazzetta dello sport) raccoglie Dieci storie per innamorarsi del baseball. L’abbiamo intervistato per farci raccontare tutto di questo titolo apripista, che vi invitiamo a scoprire!


INTERVISTA A MARIO SALVINI


Mario, nelle prime pagine di Il diamante è per sempre dichiari che il tuo obiettivo è “far innamorare” le persone del baseball: quand’è che hai incontrato questo gioco per la prima volta e te ne sei innamorato?
Avevo sette anni, l’azienda in cui lavorava mio zio aveva preso a sponsorizzare la squadra di Parma, e allora lui decise di portare me e mio cugino alla prima partita. È impressionante come le cose veramente significative della nostra vita ti entrino dentro inconsciamente, senza filtri né ostacoli. Dà persino sollievo pensare che sia così, che tutto avvenga quasi come se fosse già deciso: non ho dovuto fare nessuna fatica a pensarci su, a decidere se questo baseball fosse meglio di tutti gli altri sport che seguivo e giocavo in cortile. Semplicemente il giorno dopo sono uscito con una di quelle clave di plastica da carnevale, con una palla, anche quella di plastica, e ho provato a spiegare le regole ai miei amici.
Poi, certamente, a Parma era più facile che altrove: mi hanno comprato il primo guantone e nella mia scuola elementare – ero in prima – c’era un corso di baseball. Piuttosto genialmente qualcuno decise di affidare quei corsi ai giocatori della squadra di Serie Nazionale; nella mia scuola l’istruttore era Carlos Guzmàn, guatemalteco, gran catcher e prima base e più di tutto gran personaggio da romanzo.

Come è nata l’idea del libro e perché questo titolo?
Per divertimento, poi per esigenza e in definitiva anche un po’ per sfida. Scrivere di baseball mi diverte, soprattutto scrivere della mitologia del baseball. E a forza di farlo, prevalentemente per il mio blog (chepalle.gazzetta.it), ho sentito che su certe storie, le più belle, le più significative, avevo bisogno di mettere insieme tutti i particolari. Di trovarmici più a mio agio possibile. E poi per sfida: il baseball genera una certa diffidenza, per la sua dinamica a prima vista astrusa, per la sua lentezza. Spesso si sentono giudizi perentori, potrei riportarne molti esempi contenuti anche in libri italiani. Nella migliore delle ipotesi in ambito editoriale ti senti dire che “Il baseball in Italia non interessa a nessuno”. Poi però al tempo stesso mi capitava di raccontare una delle storie contenute in questo libro e gli interlocutori, pur non sapendo la differenza tra uno strike e un ball, rimanevano a bocca a aperta. Da lì è nata la voglia di vedere se è proprio vero che non interessa nessuno. Il tutto però senza scontentare il pubblico del baseball, che è piccolo ma c’è anche in Italia, e i lettori del mio blog. La storia di Joe Dimaggio o quella di Yogi Berra la conoscono, l’ambizione è di essere riuscito a trovare particolari, nessi, emozioni anche per loro. Per quanto riguarda il titolo, il merito è tutto di mia moglie, e non sono sicuro che sia stato un consiglio disinteressato.

Nell’immaginario di noi italiani il baseball è lo sport americano per eccellenza eppure, leggendo questo libro, ci si accorge che molti dei suoi protagonisti sono italo americani, latini, afroamericani…
Nelle prefazione ho ripreso una frase di Philip Roth: “Amavo il Gioco con tutto il mio cuore, non solo per il divertimento che mi dava, ma per la dimensione mitica ed estetica che dava alla vita di un ragazzo americano. Specie per quelli che avevano nonni in difficoltà a parlare l’inglese”. Se dovessi dire qual è il secondo tema più importante di questo libro direi che è senz’altro l’emigrazione. La nostra emigrazione: argomento di non diretta attualità, quanto piuttosto di attualità simbolica. Trovo straordinarie le storie di coraggio e integrazione degli eroi italo americani che ho provato a raccontare in questo libro. C’è la parrocchia di St. Louis che si chiamava, e si chiama, St. Ambrose, perché il quartiere era meta di tanti milanesi: da lì è partito Yogi Berra e da lì cinque ragazzini coetanei sono arrivati in Mlb, uno in Nfl, tre nella nazionale di calcio. C’è la World Series del 1947, una finale derby tra New York Yankees e Brooklyn Dodgers con dieci “italiani” in campo. O ancora quella dei friulani Hank Biasatti e Reno Bertoia. E soprattutto la vicenda di Billy Martin: la rivelazione finale del capitolo credo che dovrebbe far un po’ riflettere (e ridere) sulle posizioni di certe forze politiche attuali nel nostro Paese.

Chi legge Il diamante è per sempre non può non eleggere una squadra o un campione del cuore: si può dire qual è il tuo di adesso? E magari qual era il tuo da bambino?
Quando ero bambino il baseball americano era un pianeta lontanissimo da cui arrivavano poche notizie. Quindi i miei eroi erano giocatori del campionato italiano, al pari dei calciatori e dei pallavolisti. Su tutti Ron Coffman, che era un interbase del Parma, non molto conosciuto, ammetto. Il primo campione di Mlb che ho ammirato quasi in diretta e poi in gran parte ricostruendo a posteriori le sue vicende, è stato Cal Ripken, di cui racconto la storia in questo libro. Nella Mlb attuale non ho un vero campione del cuore.

Tra i vari campioni che troviamo nelle pagine di questo libro ci sono grandi nomi come Jackie Robinson, Joe DiMaggio, Yogi Berra, Derek Jeter: ci regali un aforisma o una massima di uno di loro?
Jackie Robinson un giorno ha detto che

Una vita è importante solo nella misura in cui ha avuto impatto sulle vite degli altri

e credo che sia un metro di cui tutti dovremmo tener conto, chiedendoci, almeno di tanto in tanto, cosa stiamo davvero facendo in questo senso. Come si vede non è solo baseball, anzi il baseball in tutto questo è solo lo sfondo, un contesto in cui nell’arco di oltre un secolo e mezzo sono emersi personaggi che non sono solo eroi del gioco, ma sono anche personaggi epici, proprio nel senso di paradigmatici di certi valori. Per quello che hanno detto, non solo fatto. O, come nel caso di DiMaggio, forse per quello che non ha detto, per quel suo essere sempre imperscrutabile, un vero personaggio da romanzo (e non solo da romanzo rosa: Marilyn non è che una parte della sua vita). Tutti i personaggi di questo libro sono a loro modo da romanzo, alcuni commoventi, altri austeri, altri umani come pochi nella letteratura. E poi c’è Yogi, apparentemente strampalato, eppure rigoroso, quasi infallibile, il più vincente di tutti. Lui di frasi celebri ne ha regalate a decine, molte sconclusionate: hanno persino un nome, si chiamano Yogiism. Si è detto che sia lui – non un politico, non un filosofo – l’uomo più citato del XX Secolo. Questa sua frase l’avrete sentita mille volte, la usano tutti senza sapere che è sua: “Non è finita finché non è finita”.

Credits fotografia in testata: Corrado Benedetti

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