Siamo felici di ospitare sul nostro sito la recensione inedita di Enrico Parsi, Direttore di Scuola Coop (Istituto Nazionale delle Cooperative di Consumatori), che per alcuni giorni ha preso parte in prima persona al progetto Strade Maestre. Le sue parole sono dedicate al libro di Marco Saverio Loperfido, che racconta questa incredibile esperienza di scuola in cammino.
«A volte, scherzando, ma purtroppo non del tutto in questo periodo piuttosto buio, mi viene fatto di giudicare i libri che leggo in base al fatto che valga la pena o meno portarli in un rifugio antiaereo, in caso di necessità. Pensandoli utili da coltivare mentre infuria la tempesta e a ricominciare daccapo, una volta che sia passata nei suoi aspetti più deteriori. Libri buoni per preservare una costellazione di temi, pensieri e aperture a cui attingere per curare la vita proprio oggi che è attaccata in molti, sorprendenti e feroci modi. In questo mese di marzo, allora, ho letto con avidità Strade Maestre, di Marco Saverio Loperfido, scrittore, educatore e filosofo, inventore del progetto di cui il libro prende il nome: un felice esperimento di anno scolastico interamente in cammino per studenti e studentesse delle scuole superiori. Mille e duecento chilometri in lungo e largo per l’Italia, a piedi e con i mezzi pubblici facendo sosta ovunque questo rendesse possibile studiare e imparare. Un progetto unico al mondo che ha avuto e dovrebbe avere sempre più risonanza per i molteplici livelli e spunti di riflessione che dona.
L’avidità della lettura era dovuta al fatto che ho avuto la possibilità e la fortuna di vedere all’opera Marco Loperfido, insieme a un’altra insegnante, Roberta Cortella, nella prima edizione di questo progetto, nella loro tappa fiorentina. Ho potuto osservare da vicino il loro modo di lavorare, la loro relazione professionale, il modo in cui affrontavano e costruivano la relazione con i ragazzi e le ragazze che hanno frequentato questo anno scolastico. Il modo certosino di lavorare al programma di studi, personalizzato per ogni singolo e singola studentessa. E anche la loro relazione con il sapere, con la conoscenza, coinvolgente e appassionante a testimonianza del fatto che non possono esistere materie noiose, ma semmai modi noiosi di proporle. Un tema, questo del nostro rapporto con la conoscenza, che spesso noi adulti tralasciamo, forse perché troppo intimo e quindi “pericoloso”, quando ci mette a confronto con i limiti e fragilità che una certa postura conformista e anche maschilista ci impone di celare e negare. Un tema avvincente anche perché è nella relazione di insegnamento che si gioca molta della relazione tra adulti e adolescenti: nel punto di intersezione, cioè, tra capacità di apprendimento, desiderio e buona considerazione di sé.
Ma il libro non è solo il racconto di una bella esperienza che magari qualcuno potrebbe rubricare episodica perché troppo estrema o non replicabile. È invece un esempio di pensiero complesso con possibili letture a più livelli che possono risuonare nelle esperienze di adulti e giovani ben al di là dell’argomento scuola o della connotazione didattica che rischia di restringere la riflessione agli addetti ai lavori (insegnanti) e ai modi più o meno funzionali all’apprendimento di nozioni o del programma scolastico in vista di un esame che lo certifichi. Insomma, non si tratta di un libro che parla solo di scuola. Provo a esplicitare perché.
Il primo livello, certo, è l’esperienza in sé. La storia e il dipanarsi di un progetto unico che riguarda un modo di fare scuola che fa sognare anche gli adulti. Anche quelli più attempati, che hanno ben presente, anche se spesso se lo dimenticano, la fatica, la sofferenza gratuita e anche, spesso, lo spreco relazionale di una esperienza scolastica fisicamente, psicologicamente e umanamente ripiegata su sé stessa come quella che abbiamo fatto in molti sui banchi di scuola. Un gruppo di insegnanti e di studenti e studentesse studiano, vivono, vanno incontro al mondo e scoprono un mondo che li cerca, li aspetta, li coinvolge e si dona. Sperimentano il conflitto e la sua risoluzione, l’autonomia nel gestirsi la giornata nei suoi aspetti duri e felici (dal procurarsi il cibo al posto per dormire), la fatica della relazione e le ferite conseguenti. Scoprono un modo di costruire il sapere con il corpo attivo e non costretto in un singolo spazio. Sperimentano, oltre all’apprendimento delle materie del programma, un modo non consueto di stare insieme. Un senso di avventura che è anche scoperta del mondo. Attraversano un’Italia sconosciuta che tocca le grandi città ma anche luoghi sperduti, erroneamente definiti minori. Studiano Verga e Pirandello in Sicilia, Dante a Firenze. La storia nelle città o a Monte Sole, a Marzabotto. Fanno lezione camminando, per le strade, nei musei, in una sede scout. Imparano a capire un bosco, a conoscere gli animali, a orientarsi e a legger una carta. Fino a diventare responsabili dell’organizzazione di una tappa. Imparano a usare le tecnologie in modo utile e non compulsivo. Incontrano centinaia di persone. A volte casualmente, altre in maniera programmata. Altre ancora perché la fama del progetto li precede e attiva la curiosità di tanti e tante che vogliono incontrarli, far conoscere loro un aspetto nascosto del loro territorio, un’associazione, un tema caldo su cui vale la pena confrontarsi. Studiano quindi bel oltre il programma imparano ben oltre la singola materia sperimentando conflitto e solidarietà, avventura e imprevisto, autonomia e lontananza dalla famiglia. Cioè dagli affetti rassicuranti. Se solo un centesimo degli ingredienti di questa esperienza fossero trasferiti nell’educazione degli adulti e anche nella formazione che si svolge nelle imprese avremmo sicuramente adulti migliori.
Un altro livello è il rapporto con il sapere, con la conoscenza e quindi con una certa nostra intimità. Perché l’apprendimento è anche una cosa intima e attiene al nostro equilibrio mentale e all’idea che abbiamo e maturiamo di noi stessi. Una questione umanamente e psicologicamente delicata spesso non trattata o trattata grossolanamente. Spesso depurata dalla corporeità e dalla attenzione alle differenze individuali che richiedono rispetto. Privata poi del desiderio di avventura che, più o meno, a tutte le età ci caratterizza e che viene mortificata dall’obbligo di inchiodarsi a un banco di scuola e spesso dentro una edilizia scolastica che dice tutto della considerazione viene riservata che nutrono tutti e tutte coloro che frequentano la scuola.
C’è poi il livello che riguarda il rapporto tra insegnanti e studenti. Che è contemporaneamente il rapporto tra giovani e meno giovani. Un tema che oggi la cronaca e il dibattito che ne consegue ci consegnano come urgenza. E che appunto come tale spesso lascia spazio a giudizi e contro giudizi banali o autoassolutori. In questa esperienza, invece, si ridisegna la geografia dell’autorità (e dell’autoritarismo). Si ridisegna anche il ruolo di un adulto non adulterato, più in equilibrio perché più umile e capace di fare i conti con i propri limiti e fragilità. In un momento storico (che non nasce ora) in cui potenziare l’ego sembra il filo rosso che lega politica e mondo del lavoro alla guerra e all’educazione, questo aspetto, tra gli altri, può fare di questo libro una proposta di riflessione che ancora una volta travalica lo specifico della scuola e dell’apprendimento. Qui si parla di relazioni sane e di salute collettiva e individuale. E sono segnalati, attraverso il racconto di ciò che è accaduto e accade in un anno scolastico così concepito, ingredienti dello stare insieme che qualsiasi organizzazione dovrebbe contemplare.
Un altro livello è quello dell’autore e delle sue riflessioni. Il bello di questa lettura è il fatto che ciò che l’autore scrive non è mai separato dall’esperienza di cui parla e questo rende tutto molto vivo. Gli episodi, gli aneddoti, le avventure e le disavventure, il sorriso e le risate, i dubbi e le incertezze e i punti fermi, insieme ai momenti più difficili avvincono rendendo ancora più fruibili le riflessioni che propone sempre con molta delicatezza. Un contraltare, questa delicatezza, al clima di violenza che anche il dibattito sulla scuola implica, spesso anche in luoghi dell’intelletto dove non te la aspetteresti. Nel racconto, poi, emerge anche l’ampiezza di una cultura che l’autore condivide senza mai mettersi in cattedra. E anche questa, oggi, sarebbe una riflessione da fare. Per l’autore sarebbe stato molto facile, dopo aver realizzato una esperienza di questa portata, salire in cattedra. Pontificare dando lezioni a destra e a manca in ossequio a un culto dell’ego che oggi, dai potenti della terra fino alle ultime pieghe della nostra quotidianità, testimonia e rende conto di un declino sempre più marcato del benessere sociale che caratterizza le nostre vite. Qui invece siamo in una dimensione piana, umile e per questo ancor di più apprezzabile e controintuitiva.
Delicato è anche il modo in cui l’autore fa emergere dal racconto le riflessioni sui momenti valutativi. La valutazione viene spesso trattata, sia a scuola, sia nel mondo del lavoro, come un dato di natura indiscutibile e quindi proposta come tecnica. Celando così i rapporti di potere che la originano e che da essa vengono confermati dando per scontati modi di fare società, cioè modi concreti in cui “decidiamo” di stare insieme, che troppo spesso sembrano essere indiscutibili. Spesso le “tecniche” valutative nascondono giudizi e pregiudizi celati dietro la rigorosità e presunta oggettività del metodo e della misurazione. Nascondono, o non si preoccupano, delle conseguenze del loro srotolarsi sotto forma di sentenze dolorose e dannose per chi le subisce, agite con leggera indifferenza se non con un sottile (quando non palese) “piacere di far del male”. Piacere che sembra emergere da una postura adatta a chi, sentendosi legittimato a dare giudizi spesso tramite auto incoronazione, soprattutto nel mondo del management, può così tentare di sottrarsi al giudizio altrui e al rischio di disequilibro psicologico che questo comporta e che invece sembra naturale e piacevole infliggere. Imparare a sospendere il giudizio richiede molto lavoro e un equilibrio (sempre instabile, ma di fondo) che non è da tutti. E che nel libro, invece, emerge con chiarezza, senza alcuna prepotenza. Questo è un altro punto centrale che travalica il tema scuola. In generale, nei luoghi che abitiamo e nei quali si dipana la nostra esistenza, si parla poco del potere trasformativo e talvolta terapeutico che hanno i contesti non giudicanti. Anche questo tema potrebbe essere innesco per riflessioni su un certo mondo adulto e politico che tratta i giovani come nemici con un autoritarismo che va dal paternalismo fino a vere e proprie forme di violenza fisica. Impunite, tra l’altro, perché rese irriconoscibili.
Un altro livello, che prescinde da scuola e apprendimento, riguarda il modo di lavorare. Come si lavora insieme e quanto le scelte organizzative definiscono gli ambienti di lavoro anche dal punto di vista sociale. Per questo la lettura del libro, secondo me, andrebbe consigliata nel mondo del lavoro, nella formazione degli adulti e al “mondo del management” che l’ondata neoliberista ha trasformato in modello e metro di misura del mondo. Aziendalizzando troppi ambiti della nostra vita. E ben oltre i meriti, tutti da discutere, millantati nel proprio campo di elezione. Gli ambienti di lavoro, infatti, con i loro linguaggi, i loro strumenti di controllo, la competizione insana e che implicano e spesso la tossicità delle relazioni che coltivano, non dovrebbero essere presi a modello né di una vita sociale sana, né di una efficienza ed efficacia aziendale che sta molto nella mitologia proposta e poco nei risultati effettivi.
Infine, questo libro è un esempio situato di antifascismo. Uso questo termine in senso generale, facendo riferimento a culture e pratiche autoritarie, gerarchiche, egoiche che generalmente ci rifiutiamo di riconoscere nella nostra quotidianità negli scontatissimi e “indiscutibili” modi che abbiamo di organizzare la nostra socialità, sia in una scuola, sia in una ambiente si lavoro, sia in una cooperativa, un’associazione di volontariato o del tempo libero. Sia nelle relazioni intime come ci raccontano la violenza domestica e i femminicidi.
Insomma, Strade Maestre è un progetto e un libro affrontabile non solo da chi si occupa di scuola, ma anche come metafora da cui partire per riflettere sulle nostre vite, sule nostre relazioni. Sulla nostra società e sul benessere che dovremmo coltivare e di cui abbiamo contemporaneamente diritto e responsabilità. Un libro che apre e non chiude mai. E proprio per questo per alcuni, immagino, difficilmente sostenibile, quando formattati da rassicuranti schemi che finiscono per diventare tratti della propria identità. Ma sicuramente “terapeutico” per chi può riconoscere, attraverso la sua lettura, i motivi di un disagio individuale e collettivo spesso nascosto dal “così fan tutti” e dalla errata convinzione che il cambiamento non solo non sia possibile, ma nemmeno sia pensabile. Cosa che il libro smentisce, segnalando onestamente la fatica e l’impegno che comporta, ma anche la gioia e la ricchezza di legami umani affettivi e sociali che rendono alla fine la nostra vita degna di essere definita tale. Da questo punto di vista, un libro che può contribuire a disappannare quel velo di tristezza che si alimenta nel subire gli eventi di questa epoca e le organizzazioni che abitiamo.
Infine, un libro che si lega come non mai all’attualità e alla cronaca: Strade Maestre restituisce storia, senso, esiti concreti e possibili di una esperienza potente anche dal punto di vista emotivo. Una storia nella quale l’”educazione alle emozioni” di cui oggi si dibatte anche polemicamente, sacrosanta, ma ancora una volta giocata nelle scuole come fosse un argomento in più tra le altre materie, è invece mostrata nella concretezza di un progetto nel quale la scuola si muove non solo fisicamente ma anche psicologicamente, favorendo trasformazioni nelle quali sono implicati anche gli adulti insegnanti che per questo, una volta tanto, possono risultare più credibili perché meno distanti.
Dal libro, e nelle parole dei e delle giovani che vi hanno partecipato, emerge un bisogno e un desiderio di adulti credibili, coinvolti e autorevoli. La voglia di avere punti di riferimento che non siano maschere artificiali. Il bisogno di una vicinanza calibrata, umanamente sostenibile. Di adulti che accompagnano e che quando parlano di trasformazione dimostrino nei fatti che questo riguarda anche loro.»
Noi di Terre di mezzo Editore ringraziamo di cuore Enrico Parsi per le parole profonde e puntuali con cui ha raccontato Strade Maestre. Un anno di scuola in cammino, il libro di Marco Saverio Loperfido.
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