
Venerdì 24 giugno – La porta di casa è sempre aperta. “Non capisco perché tutti mettano quella blindata. E da che cosa si vogliono difendere? È come imprigionarsi”. Tommaso Guarino ha una bella voce profonda, un po’ increspata dalle sigarette che fuma in continuazione. È pittore e scrittore di testi teatrali. Dal 1970 abita in via Termopili, una delle strade che la sera si trasformano in ritrovo per bengalesi ed egiziani. “In 41 anni sono cambiate le persone, ma la storia è sempre la stessa -racconta-. Prima c’erano i giovani meridionali che nessuno voleva. Ricordo due siciliani che dormivano qui fuori in auto. Si vergognavano, compravano velocemente qualche panino e uscivano subito dai negozi perché sentivano di puzzare. Li ho accolti per un periodo in casa: potevano stare al caldo e farsi la doccia. Sono rinati”.
Mi porta nel suo studio, una cantina senza riscaldamento. Ci sono i suoi ultimi quadri, alcuni ancora incompleti. Ha sempre dipinto figure e volti femminili. I critici scrivono che hanno un velo di malinconia. “Immagino le mamme dei migranti -spiega-. Che non sanno più che fine hanno fatto i loro figli. Ecco a loro penso quando dipingo. Ed è sempre stato così, la prima mostra l’ho fatta a 16 anni”.
Tommaso, 65 anni, ha mani grandi, forti. Da ragazzino è stato raccoglitore di pomodori nella Valle del Sele dove è nato. Operaio e magazziniere a Milano dove è emigrato. “Ho fatto lavori manuali per non inquinare la mente che era tutta dedicata alla pittura. Per qualche mese sono stato cassiere in un locale notturno”, sorride.

Dopo il diploma di perito agrario a Salerno, è riuscito ad andare a Parigi e laurearsi all’Accademia di belle arti. “Le donne sono la summa della vita umana. Sono madri e figlie. Pensa a quelle madri che non sanno se il loro figliolo è annegato nel mediterraneo…”, ripete.
Nella sua casa sono passati decine di migranti. “Me li ha portati il caso. Qualche amico, il passaparola di chi c’era già stato”. Ha insegnato loro l’italiano. “Ci sono stati periodi in cui al pomeriggio o alla sera ne avevo qui una decina, chini sui quaderni a studiare verbi e pronomi.Nell’altra stanza ho messo un tappeto, così i musulmani possono pregare”. Perché? “Ho sempre percepito in loro un bisogno di incontro, di comprensione, di affetto. È questo che vuole chi emigra. Lo so perché anch’io ho vissuto la stessa esperienza”.

Nel quartiere lo chiamano “maestro”. Passa i suoi pomeriggi e serate al bar dell’Angolo. “Vengono per chiedermi consigli, per confidarsi -afferma-. Ogni notte ripenso ai volti di chi è stato in questa casa: sono una specie di ninna nanna. È la ninna nanna che ho scritto per me”.









