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Parole in gioco

Lunedì 21 marzo – Quando si è in un Paese straniero mancano le parole per esprimere idee, desideri, emozioni. Fatima, Angelica, Miriam lo sanno bene. Arrivate in Italia da pochi anni, non sanno che dire alle maestre dei loro figli. E non sono in grado di aiutarli nei compiti. La loro fortuna, però, è di aver trovato altre mamme, italiane, che hanno deciso di non far finta di niente. È nato così, sette anni fa, “Parole in gioco”: ogni mercoledì e venerdì pomeriggio, dalle 14 alle 16, si ritrovano in uno dei locali della scuola del Parco Trotter, le une per insegnare italiano alle altre. Mentre i figli sono seduti tra i banchi nelle aule vicine, loro si cimentano con l’alfabeto, le doppie e i congiuntivi. “Vengono una quindicina di donne immigrate -spiega Francesca del Vecchio, una delle fondatrici-. Quasi tutte non lavorano, hanno quindi meno contatti e meno occasioni per imparare la nostra lingua“.

Parole in gioco, promossa dall’associazione “Amici del Parco Trotter”, non è una scuola di italiano come le altre. L’ambiente è informale, anche una semplice chiacchierata aiuta a conoscere qualche nuovo vocabolo. Mentre Narghisa e Fatima scrivono sul loro quaderno alcune semplici frasi, Miriam racconta a Francesca il suo viaggio in Egitto e lo fa pian piano, cercando di non sbagliare. Intanto gironzolano per la stanza i figli più piccoli, che non vanno ancora a scuola. “Siamo tutti genitori e ci accomuna il fatto di voler condividere questa esperienza -aggiunge Francesca-. Affrontiamo i problemi insieme e si creano relazioni molto belle fra donne di nazionalità diverse”. 

Sono una ventina le volontarie di Parole in gioco: a turno garantiscono una presenza costante non solo nei due pomeriggi, ma anche al sabato mattina, quando vengono i bambini a fare i compiti. Un doposcuola familiare, che aiuta le mamme straniere a seguire meglio i figli nei loro studi. La novità di quest’anno è che il loro esempio ha contagiato i papà: ogni martedì sera (dalle ore 19) si ritrovano per imparare o insegnare l’italiano. 

L’anno scorso le mamme straniere hanno raccolto in un abbecedario, scritto e decorato a mano, i loro pensieri. Alla E come emozioni leggo: “Mi emoziono quando mia figlia porta a casa un bel voto” (Angelica). Alla L di libertà Dilani scrive: “Libertà è vivere in via Padova senza problemi”. Alla S di scuola c’è una frase che non rispetta molto l’abbecedario, ma esprime bene l’angoscia di una madre: “Voglio far capire alle maestre che io mi interesso di mia figlia”. Anche per questo è nato Parole in gioco.

Di me tempo fa ho scritto: "Cammino molto e sono un giornalista. Le due cose si sposano bene, perché mi piace l'idea che un giornalista debba consumare le suole delle scarpe". Ora giro per Milano anche in bici e quindi consumo pure i copertoni. Scrivo su Redattore Sociale e mi trovate su Facebook.

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