I ricordi di Maria, 96 anni quasi tutti vissuti nella Corte d’America. “La mia nuova vicina è russa. È gentile, ma non la capisco”.
Martedì 12 luglio – Lei alla Corte d’America, uno dei cortili più vecchi di via Padova, c’è nata: 96 anni fa sua madre l’ha partorita nella camera da letto. Era una cosa normale, allora. “Non scriva il mio nome -dice-. Chi mi conosce sa già la mia storia, degli altri non voglio che sappiano come mi chiamo”. Decido allora di chiamarla Maria. È una delle memorie storiche di via Padova. Occhi verdi chiari, capelli bianchissimi, confessa di “avere così tanti ricordi che faccio fatica a farli venire fuori”.Tranne che per una breve parentesi di tre anni, in cui ha abitato in via Meucci, tutto il resto della sua vita l’ha vissuta nella Corte d’America. “Una volta qui intorno c’erano solo campi. Poi hanno cominciato a costruire e in strada c’era una via vai di cavalli, le auto erano pochissime”.
Maria ha partorito uno dei suoi figli nella stessa stanza in cui era nata lei. “Quando mi sono sposata siamo andati a vivere in via Meucci, ma poi è morto mio padre e non volevamo lasciare la mamma sola”. E così hanno vissuto tre adulti e due bambini in un piccolo monolocale: cucina e stanza da letto, col bagno fuori. Marito e figli hanno lavorato alla Magneti Marelli, lei casalinga.
I ricordi più belli sono quelli legati all’infanzia e alla giovinezza (ovviamente): “Eravamo 70 famiglie, avevo tanti amici”. Le luccicano gli occhi quando mi racconta che “i giovanotti venivano a cantarci la serenata sotto le finestre che danno sulla strada”. Abbassa la voce, invece, quando ricorda gli anni della II guerra mondiale e del fascismo. “Una mattina ci siamo svegliati e in strada c’erano quattro giovani partigiani morti. Erano lì ammonticchiati come fossero una fascina di legna”.
La incontro un pomeriggio mentre gioca a tombola alla Casa della carità. Due volte la settimana, il mercoledì e il venerdì, nella struttura diretta da don Virginio Colmegna gli anziani del quartiere hanno la possibilità di vivere una giornata diversa dal solito: i volontari vanno a prenderli al mattino, pranzano lì e passano il tempo giocando a carte, tombola o scambiando quattro chiacchiere. “Ognuno ha la sua storia, ma sono comunque soli -spiega Doudou Khouma, 49 anni, senegalese, uno degli animatori del pomeriggio-. Spesso abitano in palazzi in cui sono gli unici italiani, gli altri sono stranieri e tutti giovani. Due mondi che fanno fatica a dialogare”. Anche Maria si trova nella stessa situazione, nella Corte d’America sono rimasti solo due inquilini italiani. “Ora la mia vicina è russa -dice-. È gentile, ma non la capisco. Hanno le loro abitudini, alcuni sono bravi, ma me ne sto nella mia casa, non apro mai”. Non è facile invecchiare in un mondo che cambia così velocemente.









