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L’ultima boccia

Incastonato in un cortile di case di ringhiera, il circolo Cerizza rischia di chiudere.

Giovedì 22 settembre – C’è un istante in cui si isola dal mondo. Non sente nulla e vede solo una cosa: il boccino. Piega leggermente le ginocchia, allunga il braccio e con una forza calibrata lancia la boccia. Se il tiro è sbagliato se ne accorge subito e manda a quel paese se stesso e la sfera che se ne va dove non dovrebbe. 

Al circolo Cerizza ogni giorno si ripetono decine di istanti del genere: i protagonisti sono per lo più anziani, tra loro qualche rara donna. Incastonato in un cortile di case di ringhiera a Crescenzago in via Meucci, estremo nord di via Padova, questo circolo è una vera e propria perla della vecchia Milano. E rischia la chiusura. I soci sono 400 sulla carta, ma quelli paganti molti meno: 230. Gli altri si sono persi nelle nebbie della lunga storia del Cerizza: il circolo è infatti nato nel 1935 e ha preso questo nome, però, dieci anni dopo, quando Romeo Cerizza, 32enne partigiano della Brigata Garibaldi fu ucciso dalle SS  (il 9 marzo del 1945). Abitava proprio nel cortile del Circolo. Dopo la Liberazione è sembrato naturale dedicarglielo. 

A distanza di 76 anni il Cerizza ha ancora il suo fascino popolare. Appena si entra c’è un grande salone dalle pareti rosse e gialle, gruppetti di anziani che giocano a carte, l’immancabile biliardo e il bancone del bar che sforna bianchini a ripetizione. Alle pareti cartelli d’altri tempi, come “La persona educata non bestemmia”. Con la bella stagione la vita è, però, fuori, in cortile, dove c’è il campo da bocce. E qui si trova la prima grande peculiarità: non c’è il solito campo all’italiana, diviso in corsie. No al Cerizza, ti spiegano con orgoglio, si gioca alla milanese. Che cosa vuol dire? Il campo è un unico grande spazio e le partite si disputano in diagonale: i giocatori sono in un angolo e le bocce vengono lanciate in direzione dell’angolo opposto. Il bello è che il campo è solcato longitudinalmente da tre cordoli che formano delle leggere cuneette: e così quando si lancia la boccia non bisogna solo calcolare la distanza del pallino, ma bisogna anche calibrare la spinta perché possa superare i cordoli. A Milano solo in altre quattro bocciofile si gioca alla milanese (Sempione, Martesana, Zanella, Pomense). 

La grande casa di ringhiera che circonda il campo da bocce del Cerizza è divisa di fatto e visivamente in due parti. Quella messa meglio con un intonaco ocra, è ancora abitata da italiani. Nell’altra, intonaco bianco e un po’ decadente, ci sono gli stranieri. Giù la gente gioca, sopra la vita scorre quasi indifferente a quel che accade sotto. Solo qualche anziano dalla finestra segue e magari commenta ad alta voce le partite.

Tutto questo però potrebbe finire. I soci sono pochi, 230 appunto. La tessera costa 25 euro, ma è una tantum. Non esiste il rinnovo annuale. Potrà sembrare strano, ma è così da decenni. Per questo servirebbero nuovi soci o comunque più avventori. Nel 2010 il bilancio del Cerizza è andato in rosso di 16mila euro: gli incassi del bar non sono bastati insomma a pagare affitto, luce e gas. Un buco troppo grosso per una struttura che si basa soprattutto sul volontariato. Per dare una svolta alla situazione, il consiglio direttivo del Circolo, nella primavera scorsa, ha deciso di affidare il campo da bocce a Ciro e Laura, due vecchi soci. “Adesso per ogni partita di bocce ciascun giocatore paga un euro -racconta Ciro, 74 anni, di origini pugliesi-. Organizziamo tornei con premi molto belli per attirare appassionati di questo sport anche da altre parti della città”. E a pranzo e a cena la cucina, ora affidata a una famiglia di ristoratori, sforna piatti semplici e gustosi. Com’era del resto fino a qualche decennio fa, quando ci venivano a pranzare gli operai della Magneti Marelli.

Sono stato qualche pomeriggio al Cerizza ed è curioso vedere questi signori dai capelli bianchi scherzare, prendersi in giro e magari anche litigare per una boccia andata storta. “È uno sport che mi permette di stare all’aria aperta -mi dice affrettata Beatrice, mentre sta disputando una partita-. E soprattutto mi diverte”. Per Angelo, 80 anni, è quasi una ragione di vita: “È da cinquant’anni che faccio gare. Non so farne a meno”. “È un punto di riferimento per gli anziani del quartiere -spiega Leonardo Berardi, cinquantenne presidente del Circolo nei ritagli di tempo e imprenditore nella vita-. Dobbiamo però dargli un futuro, speriamo di farcela”. 

Di me tempo fa ho scritto: "Cammino molto e sono un giornalista. Le due cose si sposano bene, perché mi piace l'idea che un giornalista debba consumare le suole delle scarpe". Ora giro per Milano anche in bici e quindi consumo pure i copertoni. Scrivo su Redattore Sociale e mi trovate su Facebook.

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