In 48 anni di fronte alla vetrina di Tonino sono passate intere generazioni di migranti.

Giovedì 24 febbraio – “Scarpe strette? Scarpe corte? Che sofferenza! Qui il sorriso torna”. Il pannello in legno, con volti sofferenti e altri sorridenti, risale agli anni ’50 e riempie buona parte di una delle pareti. È dal 1963 che Tonino, siciliano d’Agrigento, cuce, incolla e ripara scarpe di ogni foggia e colore in questo piccolo negozio di via Padova 62. Ha 77 anni e gli acciacchi dell’età l’hanno ormai convinto a chiudere bottega. Ancora per pochi giorni alzerà la saracinesca (solo al mattino) per permettere ai clienti di ritirare le scarpe che hanno affidato alle sue mani callose. “Nessuno è disposto a rilevare l’attività”, spiega un po’ amareggiato.
La bottega di Tonino è piena di cimeli del passato. È un po’ polverosa e ha il fascino dei luoghi vissuti. Alle pareti ci sono ancora i calendarietti da muro che faceva stampare per i clienti. Me ne mostra uno con i disegni di animali del bosco e la scritta bella in grande “Bassi Antonino. Calzolaio. Ritiro e consegna a domicilio”. Porta la data del 1969. È piena poi di barattoli di colle, stringhe di ogni colore, plantari, tubetti di lucidascarpe. In mezzo a tante calzature nere o di altre tinte scure spuntano e splendono un paio di scarpe rosse da donna col tacco a spillo.
Tonino lavora da quando aveva 8 anni. “Ad Agrigento ho iniziato come garzone per imparare il mestiere“, racconta. Verso i vent’anni è emigrato a Milano, ha lavorato alla Rinascente e alla Standa, sempre come calzolaio. Nel ’63 l’occasione di rilevare il negozio in via Padova. “C’era già dentro un ciabattino, non ho cambiato nulla. Anche l’insegna -‘Risolnova’-, risale agli anni ’50”.

Sembrerà strano ma anche il mestiere di calzolaio si è trasformato. “Qualche anno fa mi si è rotta la macchina per cucire: non l’ho riparata perché ormai le scarpe sono solo incollate -sottolinea Tonino-. Prima erano fatte di cuoio e gomma, oggi solo gomma e plastica“. Anche le colle sono diverse. “Per far stare insieme le nuove calzature si devono usare colle potenti. Se non stai attento ti rovini gli occhi con i vapori”.
Dalla sua vetrina ha visto passare generazioni di immigrati. “Prima c’erano pugliesi e calabresi -racconta-. C’era chi riusciva a trovare lavoro, metteva su famiglia, ma altri non ce la facevano e tornavano al paese oppure finivano in brutti giri. Come adesso con questi filippini, peruviani e egiziani”. Dal suo bancone di lavoro scruta, sull’altro lato della strada, i due negozi gestiti da cinesi. “Negli anni ’70 c’erano un macellaio e la drogheria”, ricorda pensando ai “bei tempi” quando il mestiere del calzolaio rendeva bene. “Lo stipendio di un mese di un operaio io lo guadagnavo in una settimana”. E adesso? “Se un giovane ci sa fare può camparci, certo non diventerà ricco ma ne vale la pena”. In queste foto Tonino non c’è. Troppo schivo, non ha voluto farsi fotografare. “Non ho più indosso il camice azzurro, ora non lavoro più”.










