Il bilancio di don Piero, parroco di via Padova, dopo 50 anni di sacerdozio.
Venerdì 24 giugno – “Mi raccomando, sono solo un prete. Descrivimi per quello che sono: piccolo piccolo”. Don Piero Cecchi, parroco di S. Giovanni Crisostomo, domenica festeggia i 50 anni di sacerdozio, di cui 15 passati in via Padova. Nozze d’oro per un prete che dice di avere due passaporti: “Uno è quello italiano, di cui sono molto orgoglioso, l’altro è il certificato di battesimo, che mi fa cittadino del mondo. Quando lo dico ai bambini sgranano gli occhi, ma poi capiscono: siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre”.
E questo doppio passaporto è anche il suo stile di vita. Nella parrocchia passano cristiani e musulmani, italiani e stranieri, bambini e anziani. Alla vigilia di Natale dell’anno scorso, la Casa della cultura islamica, che dista una cinquantina di metri, ha donato alla parrocchia una somma di denaro (don Piero non mi dice quanto) per l’aiuto che dà a tutti, senza distinzioni. “Il punto è che ciascuno ha un nome ed è questo quel che conta, non da dove arrivi”, dice mentre un gruppetto di ragazzi, che per i tratti somatici assortiti riassumono i quattro continenti, lo saluta affettuosamente. Domenica 26 giugno, alle 10, celebrerà la Santa messa di ringraziamento per il “dono ricevuto dal Signore”, come lui stesso definisce il suo sacerdozio.
Quando il 28 giugno 1961 è stato ordinato dal cardinale Giovanni Battista Montini (poi Paolo VI), don Piero ha scelto quale motto personale un versetto del Vangelo di Giovanni, capitolo 10: “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore… Ho anche altre pecore da accudire che non sono di questo ovile“. Allora mai avrebbe immaginato di dover guidare una parrocchia multietnica in un quartiere in cui convivono religioni diverse. “Il nostro compito è di essere testimoni autentici dell’amore di Cristo”, sottolinea. Come a dire: braccia aperte per tutti e lo facciamo da cristiani. “La nostra è una pastorale dell’autobus: siamo pronti ad accogliere chi sale e passiamo anche quando non sale nessuno”.
Appena ha compiuto 75 anni, il 22 maggio scorso, don Piero ha rassegnato le sue dimissioni al cardinale Dionigi Tettamanzi: è l’età in cui i sacerdoti vanno in pensione. Ora è in attesa di sapere se deve restare ancora qualche anno nella parrocchia di S. Giovanni Crisostomo oppure se verrà destinato a qualche altro incarico, magari meno gravoso. “Il prete in realtà non va mai in pensione -precisa-. Perché non è un mestiere, ma un modo d’essere. Come per un padre: non smetterà mai di esserlo, anche quando il figlio diventa adulto”.
Don Piero è stato un prete di periferia e di montagna. Nato a Milano, dalle parti di Porta Venezia, dopo l’ordinazione ha insegnato al seminario di Seveso e poi è stato mandato, nel 1963, nell’oratorio dell’Annunziata in via Pellegrino Rossi. Dopo due collassi, è stato destinato a una parrocchia di montagna per riprendersi un po’: Lasnigo (provincia di Como), 400 anime. In seguito è stato a Osnago (Brianza) e poi di nuovo a Milano, in via Padova. “Vedo nella gente un grande bisogno di religiosità. Ci sono ragazzi bengalesi che sanno pochissimo l’italiano, ma ogni volta che possono vengono in chiesa, partecipano alla Santa messa e la seguono guardando i miei gesti”.









