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Il giro della mimosa

I venditori bengalesi acquistano i fiori al mercato all’ingrosso gestito dal Comune di Milano.

Lunedì 7 marzo – Per la festa della donna c’è fermento nel quadrilatero di palazzi compreso tra le vie Crespi, Marco Aurelio, Termopili e Transiti. Nei cortili delle case di ringhiera già da sabato c’era un via vai di scatoloni di mimosa. Nei loro minuscoli appartamenti i venditori bengalesi con pazienza la dividono in mazzetti. Di fronte a un phone center ne incontro quattro. Sono diffidenti, hanno paura che sia un vigile urbano in borghese. “Non facciamo nulla di male. Ci sequestrano la merce. In via Venini però c’è chi spaccia droga e lo lasciano fare”. Mi chiedono come possono mettersi in regola: c’è chi ha provato a farsi assumere come badante, altri hanno tentato con il decreto flussi e hanno pagato finti datori di lavoro. Nulla da fare. “È da sette anni che faccio questo lavoro -mi dice quello che parla meglio l’italiano-, sempre da irregolare”. Nella zona di via Padova la mimosa non arriva per chissà quali strani commerci clandestini.Tutti mi dicono che l’hanno acquistata al mercato all’ingrosso dei fiori di Milano. Già perché la “filiera” della mimosa, che domani migliaia di milanesi acquisteranno dai venditori abusivi, parte dalla periferia sud est della città, in via Cesare Lombroso, dove tre giorni alla settimana (martedì, giovedì e sabato) è aperto al pubblico il mercato della Sogemi, società che gestisce anche l’Ortomercato e il cui capitale sociale è al 99% del Comune di Milano.

Sia giovedì che sabato sono andato a vedere. La scena è sempre la stessa. Centinaia di bengalesi e sri lankesi si accalcano di fronte ai box dei grossisti per comprare chili di mimosa. Arrivano quasi tutti a piedi e acquistano quello che riescono a portare con le loro braccia: 9 o 12 chili di mimosa più qualche decina di rose o orchidee. Sabato mattina alle 9 la quotazione della mimosa era di 22/23 euro a scatola (circa 3 chili di fiore). Verso le 10 è salita a 25 euro e alle 11 c’erano grossisti che la vendeva a 30 euro. “Per loro è il pane -mi dice uno dei grossisti-. È l’unico modo che hanno per campare”. Il Comune di Milano ha varato una nuova task force di vigili contro i venditori abusivi: ma è curioso che tutto parta proprio dal mercato all’ingrosso. I venditori bengalesi non fanno altro che ritagliarsi uno spazio nelle pieghe del commercio regolare.

Fuori dal mercato all’ingrosso incontro Malis. Ha acquistato tre scatole di mimosa a 25 euro l’una. “Un buon prezzo, da una scatola così ne ricavi circa 50 mazzetti, se riesci a venderli tutti a 1 o 2 euro ci guadagni abbastanza. Dipende però anche dai vigili, se non ci sono lavori bene”. È in Italia da 5 anni. “Al mercato all’ingrosso ci vengo due o tre volte la settimana, a piedi”.

Ad aspettare l’autobus col suo carico di mimose c’è anche Alex (così dice di chiamarsi). Lui lavora in un ristorante, “ma per la festa della donna mi metto a vendere la mimosa anch’io, è un’occasione per guadagnare qualche soldo in più”.

La mimosa arriva tutta dalla Liguria, dalla riviera di Ponente. “È ancora un prodotto italiano, non viene coltivata in Africa come capita con altri fiori -spiega Enrico Sparago, tecnico del mercato dei fiori all’ingrosso di Genova-. Il 95% delle produzione mondiale è concentrata nella provincia di Imperia: circa 3mila quintali all’anno, che vengono raccolti tutti per l’8 marzo. Il prezzo al produttore è di circa 4 o 5 euro al chilo”. In questi giorni, nelle piazze e nei luoghi di ritrovo degli immigrati nella provincia di Imperia, la “Bottega solidale – Fiori e diritti” distribuisce un volantino multilingue in cui informa i braccianti delle serre che anche loro hanno dei diritti e che possono rivolgersi alle organizzazioni sindacali per chiedere aiuto. “Il discorso ovviamente vale per tutto il comparto dei coltivatori di fiori -spiega Cristiano Calvi-. La festa della donna è l’occasione per ricordare che la maggior parte dei braccianti sono donne, la paga oraria a volte è solo di 3,50 euro”.

Di me tempo fa ho scritto: "Cammino molto e sono un giornalista. Le due cose si sposano bene, perché mi piace l'idea che un giornalista debba consumare le suole delle scarpe". Ora giro per Milano anche in bici e quindi consumo pure i copertoni. Scrivo su Redattore Sociale e mi trovate su Facebook.

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