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Cronache del sottosuolo

A frugare nel baule dei ricordi si trova sempre qualche tesoro. Come questa intervista a Luis Sepulveda di Marco Casa, che abbiamo pubblicato nel 2010 su Terre di mezzo magazine. Sono passati 10 anni, ma le sue parole sono ancora attualissime.

Un miliardo di spettatori in tutto il mondo tra tivù e web. Occhi puntati, divisi tra sguardi solidali e voyeuristici e cifre da elezioni presidenziali Usa per il “Grande fratello” dei minatori cileni.

A seguire quanto stava avvenendo nel sottosuolo di San José a capitan Urzua e ai suoi 32 compañeros, c’era anche lo scrittore Luis Sepúlveda, con il suo immancabile cigarillo. “Mi ha avvisato un amico che lavora in una radio di Copiapó, la città più vicina alla miniera” dice nel suo italiano che conserva tutta l’alma fonetica dello spagnolo, mentre mi invita a fumare con lui, per condividere il rituale di tanta vita e letteratura sudamericana.

Una pausa, e riprende a parlare della miniera e del suo ultimo libro: “Ritratto di gruppo con assenza”, uscito a fine 2010 per Guanda editore. Ventisei istantanee racchiuse in altrettanti racconti che hanno per protagonisti personaggi piccoli e grandi incontrati nel Sud e nel Nord del mondo durante il suo esilio, “è una forma di letteratura ben lontana dalla finzione, perché volevo rendere i lettori partecipi della mia visione della realtà”, spiega Sepúlveda. E il titolo? “Ha radici lontane. Nel 1990, al mio ritorno in Cile dopo la dittatura, decisi di realizzare un reportage con una fotografa tedesca che qualche anno prima aveva fotografato un gruppo di bambini sorridenti: volevamo vedere che fine avessero fatto i soggetti di quello scatto della purezza”.

Ma l’autore de “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” ha ancora negli occhi le immagini dei suoi connazionali intrappolati per 70 giorni sottoterra. “In quella miniera si lavora all’estrazione del rame residuale che contiene oro, argento e altri minerali di grande valore -racconta-. L’incidente è stato causato dalla mancanza di sicurezza sul lavoro: in Cile non si rispetta nessuna norma. Tutti, per primi i minatori, sanno che quanto è successo era prevedibile. La miniera faceva un rumore strano e quando lo senti devi mollare tutto”.

“La montagna è viva, fa rumore, ha degli assestamenti. Anch’io ho seguito la vicenda con interesse: per scrivere il mio ultimo libro sono andato in un luogo del genere”, a fare eco, è il caso di dire, è Cristiano Cavina, che ha dedicato il suo romanzo “Scavare una buca” (Marcos y Marcos), ambientato ai giorni nostri, alla cava di gesso di Monte Tondo, a Casola Valsenio in provincia di Ravenna: “Lì hai un monte intero intorno e quando sei al buio ti senti una formica a confronto con un gigante”. Lo sa bene il quarantenne protagonista (anonimo fino alla fine, ndr), che già a 18 anni si muove tra trivelle e automezzi giganteschi, con ruote alte quanto una persona e cariche di esplosivo.

“Sono cresciuto in una casa da cui si vedeva la cava -ricorda lo scrittore romagnolo-. Quando facevo le elementari alle 4.25 del pomeriggio tremavano i vetri perché sparavano la dinamite. Adesso l’ora x è a mezzogiorno, e alcuni miei amici lavorano lì”.
Per sopravvivere in miniera, ieri come oggi, occorrono prudenza e perizia: due doti che “arrivano in dono” a chi “sceglie” questo mestiere, perché se non c’è passione si rischia grosso come dimostrano Edmeo e Cavalletta nel romanzo di Cavina. Entrambi, infatti, nella cava perdono qualcosa: “Sono entrati con quattro braccia e sono usciti con uno: il sinistro di Cavalletta”, dice lo scrittore.

A 700 metri di profondità, l’unico appiglio diventa allora la solidarietà di classe. “Nello show mediatico non si è detto nulla dell’arrivo di due minatori della Pennsylvania che avevano avuto un’esperienza simile due anni fa -prosegue Sepúlveda-: sono stati loro a disegnare la capsula per estrarre i compagni sepolti. Non erano pagati né dal governo né dalla compagnia proprietaria della miniera. A spingerli era solo l’orgoglio del lavoro in un sistema economico ingiusto”.
Un sentimento che conoscono anche gli operai italiani: “Il responsabile di Monte Tondo racconta che chi coltiva la pietra è gente innamoratissima del proprio mestiere -prosegue Cavina-: gli piace il buio, il freddo in galleria
dove il tempo non passa mai, e la perfezione dei gradoni della cava che riflettono la luce del sole”. E una miniera compare anche tra i racconti di Sepúlveda. Si tratta di un posto chiamato “L’enclave”, un luogo stranamente
pulito, ricco e felice nella terra insanguinata dei cartelli colombiani, dove il giornalista però non ha il permesso di intervistare nessuno.

“Oggi ci sono 283 minatori disoccupati a San José -conclude lo scrittore sudamericano, spegnendo il cigarillo-: aspettano ancora una risposta dal governo sul futuro della loro miniera e sul rispetto delle norme internazionali in materia di sicurezza sul lavoro. Credo, non l’avranno mai”.

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    Terre di mezzo editore è una casa editrice fondata a Milano nel 1994.
    Pubblica ogni anno più di 100 titoli. Tra le collane principali ci sono: L’Acchiappastorie albi e narrativa per l’infanzia, i Percorsi a piedi e in bicicletta, i manuali creativi delle Ecofficine.
    I primi grandi bestseller sono stati la prima guida al cammino di Santiago de Compostela e La grande fabbrica delle parole, di Valeria Docampo.
    Negli ultimi anni ha portato in Italia le serie di Dory Fantasmagorica e Cane Puzzone, ha pubblicato più di 40 guide ai cammini italiani e ha dato alle stampe i testi di Paolo Cognetti e Erri De Luca impreziositi dalle illustrazioni di Alessandro Sanna, e di Wislawa Szymborska con Guido Scarabottolo.

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