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Negrescolor racconta “Alfonsina corre”

Joan negrescolor alfonsina corre

Si è concluso da poco il Giro d’Italia: per tanti, un appuntamento agognato; per qualcun altro l’occasione per affacciarsi ad uno sport ancora in qualche modo “di nicchia” come il ciclismo. Per tutti, scommettiamo, sarà una scoperta la storia di Alfonsina Strada, pioniera che nel 1924 ha gareggiato per prima e che, soprattutto, al di là dell’aspetto agonistico, sin da bambina ha guadagnato le sue pedalate libere sfidando stereotipi e pregiudizi. Una biografia che possiamo raccontare anche ai nostri bambini e bambine, grazie ad un albo illustrato: “Alfonsina corre”. Abbiamo intervistato Negrescolor, l’autore, per sapere di più di quest’opera e rintracciare le origini del suo lavoro, così improntato ai temi dei diritti, della cittadinanza attiva, del sociale. Buona lettura.

Joan Fernandez, raccontaci chi sei. E chi è Negrescolor
Molti anni fa ormai ho frequentato la “Escola Massana” di Barcellona (civica scuola delle arti visuali, delle arti applicate e del disegno, ndr). Quando ho iniziato gli studi non sapevo davvero cosa fosse esattamente il lavoro dell’illustratore… In questi anni ho conciliato la mia formazione accademica con l’attivismo e la sottocultura delle strade della mia città, Barcellona. Murales, manifesti politici, disegni di propaganda, serigrafie… Ho scoperto il lavoro dell’illustratore attraverso la vita comunitaria, il pensiero critico e alcuni viaggi nel continente americano che mi hanno segnato la vita. Durante questa fase di legame così forte con il tessuto associativo del mio quartiere ho partecipato alla creazione, assieme ad amic* e compagn*, della libreria cooperativa “La Ciutat Invisible”. Dal 2008 ho deciso di dedicarmi professionalmente all’illustrazione e seguo alcuni seminari e corsi di specializzazione dove conosco e mi lego ad altri professionisti. All’inizio il mio lavoro si concentrava sui manifesti, l’illustrazione di stampa e quella pubblicitaria, è solo negli ultimi sei anni che mi sono affacciato nel mondo della letteratura per bambini che mi connette in particolare con il lato internazionale del mio lavoro.
Negrescolor è uno pseudonimo ispirato da una frase della sottocultura Antifa (collettivo antifascista internazionale, rete di militanti solitamente extraparlamentari, ndr) di cui mi sono appropriato tramite un amico di Berlino.
“In a grey world, black is a colour”. Negrescolor è un’interpretazione nella mia lingua (il catalano) di “Black is a Colour”. Non ha a che vedere con le questioni razziali; piuttosto, con tutto ciò che nella cultura europea occidentale associamo al colore nero.
Ho sempre disegnato fin da molto piccolo e, col passare del tempo, semplicemente, quest’azione è diventata uno strumento di espressione personale che ho potuto convertire nel mio lavoro. Narrare storie, trasmettere sentimenti, mettere in discussione la realtà attraverso qualcosa di così interculturale come il disegno e il suo linguaggio mi sembra uno strumento antropologico fondamentale.


Il linguaggio delle immagini è davvero vasto e ciò che mi interessa di più è il suo carattere rivoluzionario

Una città italiana sembra aver avuto un posto importante nella tua carriera: Bologna. Racconta

Detesto fare il turista, credo che sia una pratica saccheggiatrice, una sorta di intrattenimento di stampo colonialista. Avere la scusa di viaggiare per lavoro è invece una maniera fluida e meravigliosa di incontrare persone incredibili in tutto il mondo. Per me è molto importante questo tipo di coscienza globale, che ti sottrae alla piccineria della tua micro-realtà. La connessione tra questi mondi è fondamentale e penso sia un modo per poter mettere in discussione i cliché, i pregiudizi e le idee preconcette della realtà che ci circonda, tanto locale quanto globale.

In concreto, Bologna mi ha permesso di connettermi con il mondo della letteratura per bambini in un luogo denso di riferimenti. E’ stato un posto di conoscenze, relazioni professionali e personali belle e interessanti, oltre che di legami molto stretti. Lì ho conosciuto Carla Oliveira, editor di Orfeu Negro (Portogallo) che mi ha proposto come autore di albi illustrati, così come la mia amata casa editrice Media Vaca che mi ha chiesto di partecipare alla sua collana Libros para el mañana che ha vinto il Bologna Ragazzi Award un anno dopo (e che è pubblicata in Italia da Becco Giallo, “Libri per il domani”, ndr). Da quel momento, andare alla fiera di Bologna ogni anno è stato un punto di incontro, connessione e ispirazione che ha generato altre importanti esperienze come il privilegio di partecipare al Festival de Ilustraçâo e Literatura Expandido a Salvador de Bahia. Questo è successo giusto un anno fa ed è lì che ho visto comparire il COVID che avrebbe poi stravolto la vita di tutti noi.

Temi sociali, diritti umani, pari opportunità sembrano essere il fil rouge delle tue opere. Perché hai deciso di realizzare un albo dedicato alla figura di Alfonsina Strada poniera del ciclismo? Cosa si “nasconde” in mezzo alle pagine? Che tecnica hai usato?

L’idea iniziale del libro su Alfonsina arriva durante un corso di illustrazione alla scuola EINA di Barcellona che, tempo dopo, diventerà un progetto vero e proprio da mostrare alle Case editrici alla Bologna Children’s Book Fair. Su internet, tutto quello che sono riuscito a recuperare è stata una vecchia immagine di Alfonsina Strada e poche, scarne informazioni su di lei. Tuttavia, quel poco che ho trovato mi è bastato per immaginare una storia: protagonista, quella bambina di dieci anni, con la sua bici, in un contesto rurale, a inizio Novecento, pronta a camuffarsi da ragazzo per poter arrivare al ciclismo. Suppongo che sia stato per me un pretesto per riflettere sul patriarcato e sugli stereotipi di genere della società contemporanea. La prima idea del libro, quando iniziai il progetto con Orfeu Negro, era di creare una storia di fantasia basata su fatti reali. Tuttavia, mentre la storia avanzava, ci siamo resi conto che la vita di Alfonsina era qualcosa di talmente potente che alla fine abbiamo deciso di realizzare una biografia non-fiction. Ancora oggi continuo a imparare cose interessanti sulla vita di Alfonsina: il potere rivoluzionario della storia di una donna umile che dedicò instancabilmente la sua vita al ciclismo, sempre con lealtà, solidarietà e spirito di squadra.

Le illustrazioni di Alfonsina sono stampate con dei pantoni diretti. Questo significa che non ho lavorato mescolando i colori CMYK (Ciano, Magenta, Giallo, Nero; quadricromia, ndr) in formato digitale, bensì ho iniziato il lavoro in digitale e poi ho disegnato direttamente sullo schermo del computer lavorando quasi come con la litografia. Ho infatti disegnato ogni parte separatamente, giocando con la sovrapposizione dei colori per arricchire la gamma e giocare con le trasparenze che offre la stampa offset.

Dicci qualcosa del luogo dove sei nato, Barcellona. Una tua personale visione di questa città. E un paio di posti fuori dai soliti itinerari che consiglieresti a chi viene a visitarla

Barcellona vive, come molte città del mondo, un processo di gentrificazione e individualismo che purtroppo neutralizza l’identità sociale e la propria cultura, facendo sì che al vicino o alla vicina, di qualsiasi provenienza, venga sottratta la sovranità del luogo che abita. Questi processi poco democratici, che obbediscono a logiche privatistiche, mi hanno un po’ allontanato dall’idea che avevo prima, nel “vivermi” la città. In qualche modo, tutto questo mi ha indotto a rimanere piuttosto nel quartiere dove abito, “el barrio de Sants”, dove risiedo da vent’anni. E’ un quartiere di tradizione operaia, con una forte cultura associativa che lo rende particolarmente attivo nelle lotte di prossimità e nelle iniziative di trasformazione sociale.

Se dovessi suggerire un itinerario alternativo ai percorsi turistici consueti, proporrei di certo una passeggiata storica nelle lotte per il consociativismo operaio all’inizio del XX secolo, memoria dell’emancipazione di classe vissuta a Barcellona e in Catalogna (e in molti altri luoghi della Spagna). Un’epoca che cercò di cancellare i quarant’anni di dittatura fascista di Franco e che oggi fatichiamo tanto a riscattare. Nuovi progetti nascono dalla cultura gregaria, non mainstream, di alcuni quartieri – per esempio La Ciutat Invisible e Can Batllo: ecco, penso che questi debbano essere una tappa obbligata per chiunque voglia uscire dai sentieri battuti solo per “consumare” la città.

Can Batlló è uno spazio autogestito che ospita un gran numero di cooperative di economia sociale nel quartiere Sants, a Barcellona. Si tratta di un movimento fortemente radicato nel quartiere e sensibile alle lotte indipendentiste catalane. 
Juan - un lavoratore di Ciutat Invisible, una delle cooperative di Sants - ci fa da guida in questa visita virtuale a Can Batlló.

Progetti, work in progress e un augurio che ti va di condividere per questo 2021

L’anno in corso ha portato cambiamenti importanti nella mia vita: per esempio, ho lasciato lo studio dove ho lavorato negli ultimi sei anni, adesso lavoro in casa, in uno spazio ancora in via di sistemazione e in costante mutamento. Un altro “luogo” di lavoro che frequento spesso… sono gli sketchbook, che mi porto sempre dietro.

Il tavolo da lavoro d Negrescolor

In questo momento sto lavorando a un libro di poesia per bambini commissionato dal Fondo de Cultura Economica de Mexico e prossimamente illustrerò un testo di Jane Godal. Mi piacerebbe anche iniziare un nuovo progetto con Orfeu Negro, però è un periodo strano per tutti e tutto può cambiare ancora, ecco.

Per questo 2021 il mio auspicio è che l’emergenza COVID finisca a livello globale e che ciò accada grazie a un piano solidale, democratico e giusto. Questa crisi sanitaria non ha fatto altro che metterci di fronte alle carenze di un sistema capitalista globale in evidente crisi. Tutto ciò ha portato i privilegi e le disuguaglianze all’estremo. Da tempo, il pianeta ci sta dando segnali che dovremmo imparare ad ascoltare.

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