Si presenta con un nome solo -Barroux- e con una ricchissima produzione, che risente di studi e saperi in campi diversi come la fotografia, la scultura e l’architettura. Di certo gli piace smarcarsi, non gli appartengono le categorie dell’ovvio, del già sentito e del consueto, e nello stesso tempo coltiva l’attitudine a cogliere l’originalità che risiede nelle cose semplici e talvolta ingenue della vita; un po’ come accade quando un bimbo si chiede, come nel suo albo: Mamma papà cosa fate di notte?
Abbiamo incontrato recentemente Barroux al Festival “Punto e a capo”, a Reggio Emilia, e ci ha fatto un dono davvero speciale, per voi Lettori: una esclusiva intervista… in disegni e parole!

Ho passato buona parte della mia infanzia in Marocco e in Algeria.
La mia “Madeleine di Proust” (termine francese che indica una parte della vita quotidiana, un oggetto, un gesto, un colore o un particolare sapore o profumo, che evocano in noi ricordi del passato, ndr): l’odore dei fichi, il canto dei muezzin, le potenti onde dell’oceano, il volo delle rondini nel cielo.

E da allora non mi sono più fermato.



Utilizzo ogni tipo di tecnica, la matita, il pennello, l’acrilico, il collage. Tutto dipende dalla storia che voglio raccontare, bisogna trovare il metodo giusto. Fare e rifare.











