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Intervista a Rebecca Stead, autrice di L’amore sconosciuto

Stavolta le nostre domande sono arrivate a New York City! Abbiamo raggiunto nella Grande Mela, dove risiede, Rebecca Stead, autrice di L’amore sconosciuto. Ecco cosa ci ha raccontato.


All’inizio scrivevi per gli adulti, poi ad un certo punto hai iniziato con la narrativa per bambini e ragazzi. Come mai questo cambiamento?
Quando ero al College mi dilettavo a scrivere, ma solo da studentessa, e non ho mai pubblicato quei testi. La cosa interessante è che tutto quello che scrivevo riguardava l’infanzia, che è senza dubbio l’età che mi piace indagare. È stato soltanto anni dopo però, quando ho scritto la mia prima storia per bambini, che ho osato davvero pensare di poter pubblicare un libro.

Nel tuo libro “L’amore sconosciuto”, le tre protagoniste, Bridge, Emily e Tab hanno 12 anni. Perché hai scelto questa età al confine tra l’infanzia e l’adolescenza?
È un periodo impegnativo, ma allo stesso tempo meraviglioso della vita, uno di quelli che ricordo meglio. L’intensità delle emozioni che si provano a dodici anni, e delle domande che ci si pone, sono una sorta di dono per uno scrittore come me; lasciano un ampio raggio d’azione. Si scrive di una fase delle crescita in cui si matura intellettualmente, ma senza che questo soffochi la parte emotiva, come poi da grandi si impara invece a fare.

Com’eri tu a 12 anni? Cosa c’è in Bridge, Emily e Tab della tua infanzia?
Ero una bambina sensibile, che spesso osservava gli altri e si chiedeva in che modo fossero diversi da lei. La mia famiglia assomigliava a quella di nessuna delle protagoniste del mio libro. Ero figlia unica e trascorrevo metà del mio tempo con mia mamma, e l’altra metà con mio papà. Penso che questo sia uno dei motivi per cui amo scrivere di famiglie. A quell’età mi sentivo una “outsider” in molti modi.

Cosa vuoi dire e dare ai tuoi lettori con il libro “L’amore sconosciuto”?
Inizio a scrivere libri senza avere un preciso piano di svolgimento della storia: non so cosa ne verrà fuori fino a quando non ho finito la prima bozza, ed è su quella che poi passo diverso tempo, in modo da definirla e darle una forma. Se la scrittura procede bene, la trama introduce domande a cui io stessa non so rispondere. Quindi non penso a nessun messaggio mentre scrivo, mi concentro piuttosto su queste domande. Quello che voglio più di tutto è che i miei lettori si ritrovino nella storia, scoprendo sentimenti e opinioni che magari non sapevano avere. Per me leggere era, e continua ad essere, una parte molto  importante del processo di scoperta del sé.

Fin qui, la nostra intervista. Poi ci siamo divertiti ad inoltrare a Rebecca un paio di quesiti da parte di qualcuno che il libro lo ha vissuto proprio “dal di dentro”…. ecco le domande della traduttrice, Claudia Valentini:

Mi sono innamorata del personaggio della nonna di Sherm, che di lavoro nel libro fa la traduttrice. Dove hai trovato l’ispirazione per questo personaggio? Conosci nessuna traduttrice dall’inglese all’italiano che vive a New York e che prepara meravigliosi biscotti?
Mi sarebbe proprio piaciuto avere un’amica traduttrice che cucina anche fantastici biscotti! E invece no: Alas, la nonna di Sherm, è saltata fuori dalla mia immaginazione; ma potrebbe anche rappresentare una sorta di fantasia personale per il mio futuro (che persona fortunata, chi riesce a conciliare i propri affetti e la passione per un mestiere fatto di parole).

Nel romanzo citi Gela, una città della Sicilia. Come è successo che hai scelto esattamente questo posto, straordinario, come città natale dei nonni di Sherm? C’è qualcosa che ti collega a questa città?
Diciamo che la Sicilia è nella lista dei viaggi che sogno di fare! Non ci sono mai stata, sono state le ricerche a condurmi laggiù. La scena in cui Bridge e Sherm guardano le foto dei nonni è sempre stata una delle mie preferite: è, se vogliamo, un’eco del fatto che credo si possa vivere non una, ma molte vite, se siamo fortunati.

E due domande di Rebecca alla sua traduttrice in italiano, Claudia Valentini:

So che la famosa traduttrice dall’italiano all’inglese Ann Goldstein dice che tradurre è come “risolvere qualcosa che non necessariamente ha una soluzione”. Sembra così anche a te?
Oh, sì! Penso che ogni testo nasconda un nucleo irrisolvibile, determinato da una stratificazione di usi e tradizioni linguistiche con tutte le sue implicazioni culturali e sfumature metaforiche.
Avendo a che fare con tutto questo, tradurre un testo è come provare a ricomporre un puzzle con un pezzo mancante. A volte sei in grado di trovare il pezzo che manca, o per meglio dire, sei in grado di sostituirlo. Altre invece non ci riesci, hai davanti qualcosa che ha solo bisogno di non essere snaturato e va rispettato in tutta la sua irriducibile diversità.

Quando senti, se mai ti succede, di aver bisogno di allontanarti da una traduzione linguistica precisa e tentare con una traduzione che potrebbe essere chiamata “trans culturale”?
In realtà, penso che ogni traduzione, e ancora di più quella di un romanzo, è sempre allo stesso tempo sia linguistica che culturale. La scelta della parola e il ritmo sono importanti tanto quanto il loro significato; i tre elementi sono strettamente collegati, e l’ultimo esiste solo grazie ai primi. Diciamo che il modo in cui esprimi una cosa è importante tanto quanto la cosa in sé. Ovviamente, quando passi da una lingua all’altra, hai bisogno di negoziare e in qualche modo addivenire a un compromesso. A volte la spunti, mentre altre hai bisogno di sacrificare alcuni elementi: succede quando “l’irriducibile diversità” di cui abbiamo parlato nella precedente domanda appare non sostenibile per il lettore.
Inoltre, ci sono quei momenti critici in cui ti imbatti nei cosiddetti “elementi culturali specifici” e in quel momento la traduzione diventa eminentemente un fatto culturale. Hai bisogno di decidere se avvicinare l’elemento al lettore o lasciarlo lontano, nella sfera del mondo cui appartiene lo scrittore. Per fare solo un semplice e rapido esempio: nell’edizione italiana del romanzo la nonna di Sherm cucina cookie o biscotti? Teorie moderne di traduzione insistono sull’importanza di salvare più “elementi culturali specifici” possibili. Per i bambini il problema può apparire più complesso, ma neanche poi tanto: confrontarsi con un’altra cultura è di straordinaria importanza per loro, ma appunto è necessario mediare, negoziare e a volte sacrificare alcuni elementi in favore di altri più “familiari”.

We gratefully acknowledge Rebecca Stead and Claudia Valentini for their cooperation
Photo credits: Tory Williams

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