Chiudi

Ricerca

Maurizio Serafini racconta “Per fortuna ci siamo persi”

Musica, scrittura, viaggio e avventura sono le passioni di Maurizio Serafini, co-autore insieme a Luciano Monceri della guida Il Cammino Francescano della Marca. La montagna e più in generale il camminare, l’esplorare, l’andare alla ricerca di nuove e sconosciute sensazioni: l’imprevisto è la chiave delle sue avventure. Gli abbiamo fatto alcune domande riguardo al suo nuovo libro Per fortuna ci siamo persi, i racconti più significativi dei tuoi spostamenti in giro per l’Italia e per il mondo.

Raccontaci com’è nata l’idea del libro

Avevo i cassetti disordinati: fogli sparsi ovunque, taccuini di viaggio, appunti, lettere e soprattutto tanti amici che mi chiedevano di raccontare le avventure di viaggio. Era diventato un appuntamento fisso, ogni lunedì. Leggevo qualcosa, improvvisavo, ci infilavo qualche nota con gli strumenti riportati da tutte le parti del mondo. Insomma c’era bisogno di fare ordine tra parole e note. Così mi sono impegnato a trovare il filo invisibile che collegava tutto.

In cosa consiste il tuo modo creativo e personale di viaggiare?

Ad esempio il bisogno di allontanarmi da alcuni elementi considerati imprescindibili dalla contemporaneità come la tecnologia. La via che propongo è quella di tornare ad una tecnologia antica, più empirica e meno legata alle macchine e soprattutto a un rapporto primario con la natura, specie quella più incontaminata. Ecco allora il desiderio di recuperare delle abilità legate all’ascolto, alla percezione e all’adattamento all’ambiente. Senza la tecnologia che dà continue risposte alla nostra sete di conoscenza riemergono le sopite capacità ferine dell’uomo e si riesce, finalmente, a riparlare di vera esplorazione. Le grandi esplorazioni erano viaggi nell’ignoto spesso alla ricerca di luoghi incontaminati, lontani dalla civiltà moderna corruttrice.

Quali consigli daresti a chi decide di “viaggiare seguendo l’istinto”?

Essere pronti all’imprevedibile, disciplinati alle difficoltà e disposti all’azzardo. Ma soprattutto essere percettivi ai segni che arrivano, alle energie che si colgono e ai sogni che si paventano.

Mi rendo conto che sto parlando di un uomo antico, esattamente contrario al nuovo concetto di rischio e sicurezza che sta affrontando la nostra contemporaneità. Oggi basta un piccolo imprevisto per perdere la lucidità, la paura è decuplicata per cui si cerca in tutti i modi di azzerare il rischio. È una società tendenzialmente ansiosa e impaurita quella che leggerà il mio libro. Per questo cerco di far passare simpaticamente nei miei racconti il concetto che l’imprevedibile è il sale della vita.

Provare almeno ad affacciarsi su quel vuoto che terrorizza, osare con criterio, cercare curiosi lo sconosciuto e sorridere di fronte all’imprevedibile.

A volte, leggendo il libro, ci si chiede: non c’è davvero nulla di inventato? Tutto questo è successo davvero? Quali sono le situazioni più surreali in cui ti sei trovato?

Secondo me non c’è niente di più vero degli oracoli, dei sogni e dei segni, dei misteri e delle visioni, delle connessioni in natura. Anzi credo proprio che i fatti siano conseguenza di questi grovigli di destini. Non sarebbe esistito il viaggio in Birmania del racconto Oltre Rangoon senza un sogno premonitore né il rifugio ortodosso in Grecia del capitolo La Grigia senza l’intervento vivido dell’amico Stefano, scomparso da poco. Non avremmo salvato la vita di Kim se non fossimo stati guidati da un destino misterioso nel suo villaggio nepalese né saremmo sopravvissuti alle valanghe in Nepal se non avessimo seguito il bastone nodoso di un vecchio pastore poi scomparso. Quel che diviene surreale è solo la percezione di qualcosa di divergente dalla realtà.

A volte ascoltare il pazzo del villaggio e prestargli fede può aprire conoscenze inaspettate. Quindi non posso prescindere da Fausto e i suoi pullman, da Monia la leonessa del deserto e da Pali il cacciatore di orsi

I compagni di viaggio: quanto sono importanti e incidono nell’”avventura”?

Il viaggio è vita. Quindi i compagni di viaggio sono i compagni di vita. In fondo scrivere un libro come questo è sfogliare con loro l’album dei ricordi e raccontare di un tempo che sembra ormai lontanissimo. È una memoria che ci aiuta a rivivere momenti unici e forse irripetibili. Senza questo senso comunitario tutto si svuoterebbe.

Senza la condivisione saremmo binari tristi e solitari.

I viaggi sono fatti di scambi culturali: qual è la cultura che ti ha più affascinato e per quali ragioni?

Tendenzialmente sono affascinato dalle culture montane, da coloro che decidono di resistere in villaggi lontani dalle concentrazioni urbane. Per questo trovo alcuni luoghi dell’Himalaya come luoghi dell’anima. Una volta mi sono trovato in una scuola rurale nepalese a disegnare con i bambini. Nelle loro raffigurazioni non c’erano elementi tecnologici, solo armenti, fiori, villaggi, sentieri e, unica eccezione, aerei- quelli che vedevano passare sopra le loro teste.

Ora parliamo di futuro: quale viaggio vorresti fare? In quale nazione o città, in cui non sei ancora mai stato, desideri perderti? E perché?

Ho scoperto da non molto il piacere di vivere in un camper. Ci ho preso anche la residenza. E lo condivido con Cristina, la mia compagna. Appena possibile vorrei raggiungere il Giappone percorrendo tutta l’Asia centrale. E una volta giunto là vorrei fare il giro dei 108 templi shintoisti dell’isola Shikoku.

Vuoi rimanere aggiornato sulle novità della collana Percorsi?

Iscriviti alla nostra newsletter
Consenso(Obbligatorio)

Nessun prodotto nel carrello.