Se dovessi descrivere la Val Borbera con una parola, la parola sarebbe “verde”: nessun altro colore all’orizzonte per chilometri e chilometri. Subito dopo aggiungerei “silenzio”. Verde e silenzio.
A fare rumore, e anche a colorare la valle, sono però le storie di chi è tornato dopo molti anni, di chi è arrivato per la prima volta con un progetto da realizzare e di chi non se n’è mai andato: sono i ribelli di oggi che fanno rifiorire una terra difficile ma bellissima, in cui chi cammina viene accolto con gratitudine e viene fatto sentire subito parte della comunità.
Questa valle ha una lunga tradizione di resistenza e sovversione: dalle tribù liguri che si opposero ai romani all’autonomia politica ottenuta dal feudo imperiale ligure di Arquata e soprattutto ai partigiani, che nelle strette di Pertuso riuscirono a tenere testa all’avanzata dei nazifascisti. E il Cammino tocca luoghi vissuti da persone che spesso sono andate in direzione ostinata e contraria al potere e alle convenzioni, motivo per cui l’ho percorso in occasione del 25 aprile 2024.
In quel periodo la lavorazione della guida non era ancora iniziata, ma era nell’aria che prima o poi saremmo riusciti a valorizzare un progetto così ambizioso. Lo guardavamo crescere e alla fine ci è venuta voglia di percorrerlo prima ancora di inserire la guida nel piano editoriale. Insieme a Elena e Marianna (due mie colleghe ndr) ho organizzato un’escursione di tre giorni sul Cammino, coinvolgendo anche dei nostri amici. Già dopo le prime chiamate ai gestori delle ospitalità mi sono sentita a casa: quando non avevano posto, cercavano di aiutarci in ogni modo offrendo anche il giardino per mettere la tenda e – in un caso – la tenda stessa.

Appena siamo entrati nel Social Bakery Pancaffé di Arquata Scrivia per ritirare la credenziale ci siamo sentiti parte di una famiglia. La colazione era buonissima e Dario si è staccato dal corteo per venire a salutarci e rendersi disponibile per qualunque problema, anche nei giorni successivi.
Con un bus abbiamo saltato la prima tappa perché per questioni di tempo non riuscivamo a percorrere la prima e la seconda in una giornata, e siamo partiti da Persi (potremmo aver fatto dell’ironia su questo nome) per la variante invernale della seconda tappa, all’ombra delle querce e dei castagni che coprono i fianchi del monte Gavasa. È un percorso immerso nella natura, ma nei piccoli paesi abbiamo incontrato persone che erano curiose di conoscerci e di sapere da dove arrivavamo: eravamo davvero venuti fin lì per il Cammino?
La sera siamo arrivati stanchi e i supermercati erano ormai chiusi. Non scherzo quando dico che una pizzeria si è offerta di portarci le pizze a casa per risparmiarci il chilometro a piedi e al buio che ci separava dal posto. E noi ci siamo fatti viziare.
Il giorno successivo è avvenuto l’incontro con quella che definirei una ribelle della valle: ci siamo fermati a Cuore di Pane Bio, un panificio artigianale gestito da Irene, che ci ha raccontato la sua storia. Inutile dire che le sue focacce farcite erano squisite e che il tepore che arrivava dal forno era la sola cosa che volevamo dopo aver percorso metà della tappa sotto la pioggia. Come altre persone che stanno ripopolando la valle, Irene si è trasferita lì per cambiare vita e seguire la sua passione. Non è stata una scelta facile, ma dentro a quel laboratorio di panificazione si percepiva che ogni cosa era stata desiderata tanto ed era il risultato dell’impegno di anni. Finalmente aveva la possibilità di mostrarlo anche a persone che forse, senza il pretesto del Cammino, non si sarebbero mai spinte in questo angolo dell’Appennino.
Mentre camminavamo, il giorno dopo, ci chiedevamo se si potesse restare stregati da questa valle al punto da volersi trasferire lì, perché anche i camminatori con cui abbiamo condiviso alcuni tratti del percorso erano – come noi – affascinati da quei luoghi. Nel viaggio di ritorno pensavamo già a quando saremmo tornati.
A un anno e mezzo di distanza, dopo l’uscita della guida, quindi dopo aver conosciuto i fondatori del Cammino, aver visto il dietro le quinte di questo progetto e conosciuto Irene Zembo e Giacomo d’Alessandro, mi sento di dire che senza gli incontri che abbiamo fatto, il viaggio non ci avrebbe ammaliato allo stesso modo. Il silenzio e il verde di quella valle non sarebbero così vividi nei miei ricordi senza il rumore delle storie che abbiamo ascoltato. Senza il calore dell’accoglienza che abbiamo ricevuto non ci saremmo portati a casa questo senso di partecipazione e impegno, consapevoli che al mondo esistono ancora luoghi in cui le persone riescono a vivere in armonia con la natura e le tradizioni non sono vincoli, ma case confortevoli da abitare.
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