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Perché sono importanti i diari migranti? Intervista allo storico Michele Colucci

michele colucci pieve santo stefano

Ricercatore presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, Michele Colucci si occupa di storia contemporanea con particolare attenzione verso i fenomeni migratori. Ha curato la prefazione di Il confine tra noi. Storie migranti, antologia dei racconti finalisti del concorso DiMMi, Diari Multimediali Migranti 2019. Voci e storie diverse di chi, da tutto il mondo, arriva nel nostro Paese in cerca di un destino migliore, raccolte in un volume per contribuire alla crescita di una cittadinanza per cui la diversità è una risorsa.

Hai scritto la prefazione del libro Il confine tra noi. Storie migranti. Che cosa hai provato leggendo questi racconti?

I racconti rappresentano un modo originale e inatteso per ascoltare testimonianze e voci che solitamente non vengono valorizzate, né nel dibattito pubblico, né tra coloro che a vario titolo si occupano di migrazioni. Li ho letti innanzitutto con grande curiosità, come si leggono i libri e i romanzi di avventura. Sono pieni di peripezie, sorprese, slittamenti che rendono la lettura molto avvincente e affascinante. Ho provato anche molta rabbia accostandomi a questi racconti, perché affiorano continuamente nelle pagine forme piccole e grandi di disuguaglianze e ingiustizie che rendono in modo molto schietto il contrasto tra le aspettative delle persone e la difficoltà a far rispettare anche i diritti più essenziali. E però ci sono anche tante vicende che descrivono un riscatto, una liberazione, un affrancamento da vincoli che in tanti contesti diversi rappresentano ostacoli e limiti alla piena realizzazione delle persone. Quindi direi che ho provato molta curiosità, molta rabbia ma anche molta speranza.

Quanta importanza ha il gesto di aprire la propria esperienza alla condivisione con gli altri? E perché farlo?

Questa iniziativa dei volumi legati al progetto Dimmi viene realizzata nella cornice dell’archivio diaristico di Pieve Santo Stefano che rappresenta una grandissima esperienza legata proprio al valore della condivisione delle testimonianze. Perché farlo? Non è in realtà facile rispondere, perché le ragioni per cui si racconta una storia sono molte e possono anche sembrare in conflitto tra loro: per chiudere un capitolo della propria vita, per riaprirlo, per confrontarsi con gli altri, per riflettere su sé stessi, o anche per esercitarsi nella scrittura, per fissare alcune vicende importanti dentro un luogo capace di conservarne la memoria. La bellezza di queste storie è che sono tutte diverse tra loro, anche molto diverse, e questa diversità ci permette proprio di ascoltarle con più curiosità. Una delle chiavi interpretative più utili per capire il successo delle narrazioni che partono da noi stessi sta proprio nella irriducibile unicità che rende ogni storia diversa dalle altre e permette quindi di trovare in ogni momento un interlocutore pronto ad ascoltarla.

Perché consiglieresti la lettura dei libri del progetto DIMMI Diari Migranti?

Si tratta di libri molto utili a capire il mondo di oggi, indipendentemente dal tema delle migrazioni, che ha pur sempre un ruolo cruciale. In poche pagine si passa dall’Africa all’America latina all’Asia all’Europa e per una volta al centro dei racconti ci sono le persone, con i loro desideri, i loro sogni, i loro progetti. La lezione più utile che si può trarre da questi racconti è che le persone che vivono una esperienza migratoria non fanno parte di un universo separato, lontano, distante dal resto della società ma hanno le stesse sensazioni, gli stessi slanci, spesso anche problemi molto simili a quelli di chi non vive un’esperienza migratoria. I libri e i racconti servono proprio a ricomporre il quadro. Ossessivamente e compulsivamente, invece, tante altre narrazioni continuano a proporre altro: a inquadrare e descrivere le esperienze migratorie come alterità lontanissime, come estremo, come dramma inconciliabile o come provocazione da respingere. Questa continua rincorsa ai paradigmi della eccezionalità e della estremizzazione non fa che allontanare le persone dal mondo delle migrazioni, crea distanze invece di creare empatie. I volumi del progetto Dimmi hanno la potenzialità opposta: avvicinare mondi diversi, senza negare le diversità ma senza allo stesso tempo pensare che ognuno debba per forza stare bene incastrato nella stessa casella di partenza.

Raccontaci la prima volta che hai visitato l’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, e che cosa ha significato per te

Ho scoperto Pieve in realtà non andandoci fisicamente ma addentrandomi nella lettura delle numerose collane che raccolgono i diari conservati nell’archivio. Questo è stato il primo contatto con l’archivio diaristico nazionale. In particolare, il primo libro che ho letto è stato il bellissimo diario di Liliana Fuggi Elfenstrasse, 14 – sportello emigrazione (Giunti) del quale consiglio vivamente la lettura.

Il libro è stato scritto negli anni 50 da una segretaria dell’ambasciata italiana in Svizzera, che ha meticolosamente raccontato tutto ciò che vedeva rispetto al trattamento cui erano sottoposti i lavoratori italiani che si recavano a protestare in ambasciata per le condizioni nelle quali erano costretti a vivere. Alla donna vengono riservate una scrivania e una macchina da scrivere che si trovano esattamente in mezzo alle postazioni di due impiegati: uno ha il compito di ricevere i connazionali, l’altro ha il compito di ricevere i “casi particolari”. Liliana Fuggi capisce subito di trovarsi in una posizione delicata ma – da un certo punto di vista – assolutamente privilegiata, dalla quale poter raccontare minuto per minuto le innumerevoli vicende che gli emigranti descrivono ai due funzionari. Inizia quindi ad appuntarsi tutto ciò che vede, stando attenta a non farsi accorgere dai colleghi. Il diario – che l’impiegata mette insieme in pochi mesi – rappresenta una testimonianza unica e importantissima della vita quotidiana all’interno dell’ufficio e apre uno squarcio molto interessante sull’attività concreta di quelle istituzioni che avevano il compito di assistere, oltreconfine, gli emigranti italiani.

Dall’ufficio transitano i casi più diversi: un contadino che chiede di mettere sotto sorveglianza la moglie perché teme che abbia una relazione col suo datore di lavoro, una ragazza licenziata ingiustamente dall’albergo dove lavorava, gruppi di operai che denunciano le trattenute spropositate alla loro busta paga. Vengono denunciati soprusi piccoli e grandi, abusi di ogni genere, che gli emigrati raccontano con fiducia ai funzionari italiani.
Questi però reagiscono sistematicamente in maniera ambigua: cercano di verificare le responsabilità del lavoratore e non quelle del datore di lavoro, si rivolgono agli emigrati con tono di sufficienza e sussiego, si occupano realmente dei propri assistiti soltanto in caso di episodi gravissimi, e comunque trattando le soluzioni sempre “al ribasso”. Si tratta di uno sguardo sulle migrazioni molto interessante e ricco di insegnamenti anche per il presente.

Ti sei occupato a lungo e approfonditamente degli studi sull’emigrazione italiana. “Storia o memoria”? Perché pensi che sia ancora importante questo aspetto?

L’intreccio tra storia e memoria è complesso e difficilissimo da districare. Ricostruire in modo scientifico eventi non troppo lontani nel tempo, che possono ancora essere ricordati da persone che li hanno vissuti rappresenta una sfida non semplice, poiché emergono inevitabilmente sempre conflitti e questioni che a volte restano impossibili da risolvere. Però

la storia e la memoria continuano ad essere strumenti formidabili di conoscenza

Oggi è giunto il momento di costruire uno sguardo maturo sulla storia delle migrazioni che hanno riguardato l’Italia, libero da strumentalizzazioni e forzature. Non mi riferisco solo all’emigrazione italiana ma anche a flussi più vicini a noi quali le immigrazioni straniere, le migrazioni interne, le nuove emigrazioni italiane.

Da storico contemporaneo, la tua visione del nostro Paese oggi, sulla questione accoglienza e immigrazione

L’Italia sta vivendo una fase di transizione, segnata dalla sovrapposizione, negli stessi luoghi e nello stesso tempo storico, di flussi migratori differenti: persone (di origine straniera o italiana) che lasciano il paese, persone che cercano faticosamente di entrarci, persone che lo attraversano in lungo e in largo. Questa complessità spesso si perde nella cronaca di tutti i giorni ma è fondamentale tenerla sempre presente. La stessa immigrazione straniera è un fenomeno composito, a molte facce, fatto ormai di generazioni differenti, di milioni di soggetti, di luoghi e realtà davvero multiformi. Ridurre tutto ciò sempre dentro i paradigmi del razzismo, dell’accoglienza, dell’emergenza è un errore imperdonabile.

Certo non possiamo non mettere in evidenza il nodo gravissimo delle responsabilità delle classi dirigenti. Purtroppo tutte le culture politiche che si sono succedute al governo negli ultimi 50 anni non hanno saputo e non hanno voluto costruire una visione di lunga durata delle politiche migratorie. Tutti i limiti attuali nelle vicende che riguardano l’accoglienza sono figli di questo paradosso: l’immigrazione si è sviluppata ed è cresciuta facendo a meno di un quadro coerente a livello di politiche, capace di andare oltre i temi dell’ingresso e dell’espulsione, anzi gli interventi legislativi hanno fatto di tutto per rendere sempre più precaria la presenza della popolazione di origine straniera.

Foto di Christian Trevaini

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