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Storia di un piccolo grande libro. Paolo Cognetti racconta “Il ragazzo selvatico”

Il ragazzo selvatico esce in questi giorni in una nuova edizione tascabile. Abbiamo chiesto a Paolo Cognetti (Premio Strega 2017 con Le otto montagne, Einaudi) di tornare con noi all’epoca di quella scrittura e raccontarci cosa “vede” oggi, tra Milano, il mondo e la sua baita in alta quota. Buona lettura.

“Il ragazzo selvatico” ha segnato una svolta nella tua carriera di scrittore. Ti aspettavi un seguito del genere? E come ha influito questo libro sulle tue scelte successive?
La storia editoriale del Ragazzo è stata un po’ particolare. Quell’anno (il 2013) avevo pubblicato da poco Sofia si veste sempre di nero con minimum fax, un libro che mi aveva dato molto: tanti lettori, recensioni lusinghiere, un tour di un anno in giro per l’Italia, la candidatura al premio Strega e le prime traduzioni all’estero. Dopo quel romanzo, pubblicare un diario di vita in montagna con Terre di Mezzo aveva per me un preciso significato: era un libro più intimo che probabilmente avrebbe avuto meno successo di pubblico, ma questo non m’importava perché scriverlo era stato altrettanto urgente per me. Anzi era proprio un libro nato di getto, senza essere stato progettato, mentre scrivevo l’altro, per tutte le scoperte e gli incontri che stavo facendo in montagna. Poi è capitato che il Ragazzo ha trovato i suoi lettori piano piano, in maniera silenziosa, com’è giusto in fondo, visto quello che racconta. Ed erano lettori diversi da quelli che avevo avuto fino ad allora. Una prima cosa straordinaria è successa quando un editore di Ginevra ha deciso di tradurlo in francese, e in Francia è andato molto meglio di Sofia, è diventato un piccolo caso editoriale. Allora sono seguite le traduzioni in tedesco e in spagnolo. Poi, dopo Le otto montagne, il piccolo libro è diventato grande perché in tanti a quel punto sono tornati a cercarlo. Come ha influito sulle mie scelte: scrivendolo ho scoperto che scrivere della montagna mi piaceva molto, mi veniva naturale e volevo continuare a farlo. Allora ho cominciato a pensare di passare dal diario al romanzo. In un certo senso, con il Ragazzo ho raccolto i materiali (la lingua, le persone, le storie) che ho poi usato nelle Otto montagne. Alcuni lettori – di solito i lettori forti – mi dicono ancora adesso che lo preferiscono all’altro e io ne sono contento, perché gli sono molto affezionato.

Per l’edizione tascabile, in uscita in questi giorni (ottobre 2019) hai scelto una nuova immagine di copertina, sempre firmata da Alessandro Sanna. Cosa ti ha colpito di questa illustrazione e perché l’hai preferita?
È un’immagine felice, non quella di un ragazzo pensieroso e solitario e di una montagna cupa. Ci vedo la felicità del tornare alla vita selvatica, e anche la felicità di un uomo che torna ragazzo. E poi quei due siamo proprio io e Lucky quando andiamo in giro per i boschi.

Nuova edizione tascabile (copertina di Alessandro Sanna)

Da tempo ti alterni tra la Valle d’Aosta, dove vivi per alcuni mesi ogni anno, e Milano, la tua città natale. Cosa ti spinge a dividerti tra queste due realtà in apparenza molto diverse tra loro?
Be’, che senso avrebbe dividersi tra due posti uguali? Il fatto è semplicemente che ho bisogni diversi e tra loro opposti, come tutti noi. Il bisogno di grandi spazi, di vivere vicino a un torrente, a un bosco, a un prato, il bisogno di camminare per qualche ora ogni giorno e di godermi quella fatica che mi fa stare bene, il bisogno di stare per un po’ da solo a leggere e scrivere, accendere il fuoco la sera, vedere fuori dalla finestra un capriolo o una volpe che passano. E poi quello, opposto, di vivere con le persone che amo, di andare al bar e in libreria, di andarsene in giro di notte e sentirsi in una grande città che non dorme mai. Sono un estremista e quindi non ho scelto vie di mezzo, tipo andare ad abitare in una cittadina di provincia più vicina alle montagne: per me da una parte c’è Milano, dall’altra la baita in mezzo ai boschi.

La montagna per te non è solo una questione letteraria, ma un progetto di vita. Ci parleresti del rifugio che stai costruendo a Estoul, come funzionerà e quando sarà pronto?
Il desiderio è quello di incrociare due luoghi: il circolo culturale urbano, dove si fanno incontri, corsi, spettacoli, dove la gente va la sera a bere qualche bicchiere con gli amici, e il rifugio alpino di lunga tradizione. A Milano ho lavorato per molto tempo alla Scighera, un circolo libertario della periferia nord della città che mi è rimasto nel cuore, una di quelle “zone temporaneamente autonome” di cui parlava Hakim Bey nel suo libro leggendario (sono un ragazzo degli anni 90). A Estoul, con i guadagni delle Otto montagne, ho comprato e sto rimettendo a posto una vecchia stalla. Il progetto un po’ folle è quello di creare una zona temporaneamente autonoma lì a 1890 metri di quota, ma i segnali sono buoni e di miracoli ormai ne ho visti accadere alcuni. Lo gestiremo collettivamente – abbiamo un’associazione culturale che si chiama Gli urogalli – e non avrà alcuno scopo di lucro, visto che conto di continuare a guadagnarmi da vivere con la scrittura.

Restando sempre a Estoul: come già le precedenti, anche la terza edizione del festival “Il richiamo della foresta”, che organizzi con un gruppo di amici, è stato un grande successo. Che progetti avete per il futuro?
Infatti, dicevo dei buoni segnali perché in tre edizioni di questo rustico festival (si sta nei boschi, si dorme in tenda, la mattina si va a camminare oppure si ascolta uno scrittore che parla, la sera si balla sotto la bufera) sono arrivate circa 10.000 persone. Ma è anche molto costoso e il progetto per il futuro è di trasformarlo in qualcosa di più sostenibile, indipendente da finanziamenti vari e continuo nel tempo, grazie proprio al rifugio che apriremo l’estate prossima.

Parlaci di Milano: come l’hai vista cambiare e trasformarsi in questi ultimi anni? Quali sono i posti della città che ami di più? Descrivici le tue strade, quelle che percorri da anni.
Per me che ci sono nato e cresciuto è incredibile vederla oggi come una città che attira giovani da tutta Italia, perché ritenuta la più vitale e interessante, la più ricca di proposte e possibilità. Sono sensibile agli accenti, e mi ricordo bene che quand’ero bambino a Milano se ne sentivano due o tre in tutto (il pugliese, il siciliano, il milanese), mentre oggi soprattutto tra i 20-30enni risuonano quelli d’ogni parte d’Italia. Negli anni Ottanta ho visto Milano brutta sporca e cattiva, l’ho esplorata a fondo nei Novanta e mi sono innamorato di certi suoi luoghi e certi aspetti del suo carattere, e poi l’ho vista diventare fredda e triste negli anni Zero, e me ne sono allontanato. In fondo sono contento che sia cambiata di nuovo, anche se spesso non la riconosco. Forse nei vecchi luoghi non c’era niente da perdere se non i ricordi, e la nostalgia è un sentimento privato che non sempre ha un valore per gli altri. In quarant’anni ho abitato in tre posti: sono cresciuto tra la Fiera e San Siro, una zona di confine tra la Milano borghese e quella popolare, un non-quartiere; proprio per il desiderio di un quartiere vero a 25 anni me ne sono andato alla Bovisa, ex periferia industriale, calda, degradata, faticosa, ma anche molto fertile di progetti e incontri; e infine a 40 ho avuto voglia di cambiare ancora e mi zono spostato verso quello che una volta si chiamava Borgo degli Ortolani, e adesso Chinatown. Mi piace. È in pieno centro ma sei circondato dai negozietti cinesi, in fondo è ancora il Borgo degli Ortolani. I posti che amo di Milano: uno su tutti è una strada, la Circonvallazione. Ci sono letteralmente cresciuto sopra, fa il giro della città e di tante case e ricordi e potrei passare le notti a girarla come la puntina di un disco. Poi i gasometri della Bovisa, la zona più selvaggia che io conosca a Milano, un parco segreto e proibito dove ho visto le lepri e i gufi, i rampicanti sui vecchi edifici industriali, e per anni sono andato quando volevo camminare in totale solitudine. Di Chinatown mi piace molto il Cimitero Monumentale, un luogo di grande pace, pieno di storie.

Hai viaggiato molto, ci racconteresti il viaggio che è stato più importante per te, che più ha cambiato il tuo modo di guardare le cose?
D’istinto mi verrebbe da dire l’Himalaya e l’Alaska, ma poi, a pensarci, mi accorgo che quelli sono viaggi bellissimi che però non cambiano la vita, torni con splendidi ricordi e sei di nuovo la persona di prima. Invece andare per dieci anni a New York, quasi tutti gli anni, due o tre mesi ogni volta, quello sì è stato un viaggio di cambiamento. La cosa più importante che ho imparato a New York è la condizione permanente dello straniero, quello che non è solo di passaggio ma vive in un paese che non è il suo. È una posizione di grande incertezza, specie se non hai soldi (io a New York ne avevo pochissimi). Tutto, dalla comprensione della lingua, al modo in cui ti sorride o non ti sorride un barista, al fatto che hai paura di ammalarti o farti male perché sarebbe un casino andare in ospedale, al timore con cui guardi ogni auto della polizia, ti fa sentire molto vulnerabile. Ecco, direi che se sei stato straniero in casa d’altri non puoi più guardare allo stesso modo gli stranieri in casa tua. Questa è la cosa più importante che ho imparato.

Quali sono gli autori a cui sei più affezionato e quelli che per te sono stati (o sono) fondamentali?
Ci vorrebbe un libro per rispondere a questa domanda, ho avuto maestri diversi nel tempo. Parlando del Ragazzo Selvatico, sono stati Thoreau e Rigoni Stern. Adesso sono altri, per fortuna ne scopro ancora di nuovi.

Stai lavorando a un nuovo libro?
Sì, come sempre.


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