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Jimmy Liao e l’arte di vivere

Jimmy Liao Giannino stoppani

Siamo certi che questa intervista toccherà corde profonde, nel tempo che stiamo vivendo: abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Jimmy Liao, grazie al prezioso aiuto della traduttrice delle sue opere, Silvia Torchio, che ringraziamo. Una seconda parte la pubblicheremo più avanti, per festeggiare l’uscita di un nuovo lavoro di Jimmy. Buona lettura.

Jimmy, raccontaci di quando eri bambino: cosa ti piaceva e i luoghi in cui sei cresciuto

Sono cresciuto in una famiglia in cui l’arte e le illustrazioni erano completamente assenti. Mio padre e mia madre non sapevano disegnare, e così nemmeno i miei fratelli e sorelle, ero l’unico della famiglia che amasse farlo. Nella mia infanzia non ci sono state rassicuranti storie della buonanotte o letture prima di dormire e non c’erano le fiabe di Andersen e dei Grimm. C’erano solo le storie di paura della “zia tigre” che mangia le dita dei bambini, e della vendetta del fantasma decapitato con la lingua di fuori. Quando ero piccolo, gli adulti ci spaventavano al punto che andavamo subito a dormire.

Nell’inverno del 1958, sono nato a Luodong, nella contea di Yilan (nord est di Taiwan), e subito dopo siamo tornati a Taipei, ma della mia infanzia ho dei ricordi vaghi. Ciò che mi è rimasto impresso, prima di frequentare l’asilo, è il ricordo di quando la mamma e lo zio, un po’ con l’inganno un po’ persuadendomi, mi hanno fatto prendere il treno per tornare nella casa di famiglia a Luodong dove avrei fatto compagnia alla nonna. Quel brevissimo istante è diventato l’unico vero ricordo della mia prima infanzia.

Nella casa dei nonni c’erano molte cose che mi spaventavano. La nonna, nel retro della cucina allevava dei maiali, e per me erano come giganti spaventosi. Nel cortile c’erano molte anatre, erano feroci e beccavano le persone, e io le evitavo stando il più lontano possibile. Per tutto il giorno, non avevo nessuno con cui giocare, e, apatico, stavo spesso seduto sullo sgabello davanti alla porta d’ingresso, pensando alla mia famiglia a Taipei. Di notte, per risparmiare, gli abitanti spegnevano le luci, oscurando tutte le case e questo mi spaventava molto. Ancora oggi, quando si fa sera, il mio umore peggiora, o risente di quanto vissuto nell’infanzia.

Fin da piccolo amavo disegnare, e tutti gli spazi bianchi dei miei libri di scuola erano pieni di disegni. Ricordo che quando ero piccolo sulla parete di casa era appeso un paesaggio ad acquerello che avevo realizzato quando ero in seconda elementare. C’era una casa dal tetto rosso in mezzo ad una prateria e il cielo era ricoperto di nuvole bianche. Ma, da piccolo, quale ragazzo non sa disegnare? Quale bambino non è un piccolo pittore? In quegli anni, nessuno era in grado di educare un ragazzo che amasse disegnare. Dipingere ancora non era considerato un mestiere da coltivare. Ma solo uno svago.

Alle elementari, andavo spesso allo zoo per partecipare a delle gare di disegno e, non so perché, ogni volta l’insegnante mi faceva disegnare delle giraffe. Ne ho disegnate molte per diversi anni e mi sembra che fossero tutte uguali. I risultati migliori erano considerati ottimi lavori, ma la maggior parte delle volte non venivano selezionati. Per consolarmi,  il maestro mi diceva: “Non vieni premiato solo perché il tuo stile è considerato troppo maturo. Di certo la giuria pensa che l’insegnante ti abbia aiutato.” A quei tempi ci credevo, e in quei giorni in cui non venivo selezionato, in cuor mio ero segretamente e inspiegabilmente contento, e mi ritenevo davvero bravo a disegnare.

Durante l’infanzia non ho mai letto libri di storie, per non parlare degli albi illustrati. È con fastidio e  vergogna che ammetto che non sapevo assolutamente cosa fossero. Solo quando a 30 anni ho cominciato a viaggiare all’estero, ho scoperto finalmente che al mondo c’erano tantissimi libri specializzati per bambini. È così, santo cielo! Quando, tempo dopo, le Librerie Eslite di Taipei hanno inaugurato la sezione per l’infanzia, durante la mia prima visita ho speso più 6000 dollari e ho portato a casa una pila di libri bellissimi, quasi come se dovessi colmare il vuoto di letture che aveva caratterizzato la mia infanzia.


Ci racconteresti come e quando ti sei avvicinato all’illustrazione? E perché e come poi hai iniziato anche a scrivere?

Per quanto riguarda l’illustrazione come lavoro e pubblicazione, ho cominciato a lavorare in una agenzia pubblicitaria. Nella Taiwan di oltre trent’anni fa, la pubblicità era un settore in voga e il mio primo lavoro era quello di rifinitore di bozze. Nei primi anni degli annunci pubblicitari cartacei, fondamentale era usare la fotografia: c’erano esperti che, in una prima fase, sviluppavano il progetto su carta, lo mostravano ai clienti e ottenuta la conferma, andavano alla ricerca dei modelli per le foto. La situazione più comune era che i prodotti e i personaggi concepiti nella fase iniziale fossero più belli di quanto poi risultassero negli scatti successivi. Pensai che sarebbe stato molto più semplice se si fossero usate direttamente le illustrazioni, per realizzare la pubblicità.

Quindi, decisi che avrei cominciato a prendere i pennelli per disegnare. All’epoca non pensavo proprio con chi studiare, semplicemente mi esercitavo per conto mio, scarabocchiavo tutto il giorno e provavo a scrivere alcuni testi. Quando i disegni divennero numerosi, fu difficile evitare di condividere le mie idee con gli altri. Invidiavo molto gli illustratori che comparivano su giornali e riviste, ma proprio come molti giovani amici adesso, desideravo mostrare i miei lavori senza sapere da dove cominciare.

All’epoca c’era una collega che aveva visto le mie tavole e conosceva il mio sogno. Un giorno, prese le mie opere e con impeto si recò nella sede della rivista Crown Magazine alla ricerca del caporedattore e raccontò alla redazione del mio entusiasmo e del mio sogno. Incredibilmente riuscì a far sì che ottenessi l’opportunità di illustrare per la rivista. Fu così che iniziai il mio primo lavoro di illustratore.

Da quando ho cominciato a lavorare come illustratore,  come per compensare la scarsa volontà degli anni di scuola, con grande impegno ho assorbito qualsiasi nozione avesse a che fare con l’illustrazione. In ogni rivista che trovavo ne osservavo attentamente le immagini, studiando il tratto, i colori e lo stile. E proprio allora comparvero in città le librerie Eslite, e mi si spalancò un mondo anche grazie al fatto che ottenere libri di arte e design fosse molto più semplice che in precedenza.

Riesci a raccontare le storie con grande profondità e sensibilità. Trai ispirazione dalle esperienze che hai vissuto? 

A rigor di termini, in ogni mio albo ci sono tracce delle mie esperienze personali. Ma non le inserisco direttamente nell’opera: sono nelle intenzioni che sottendono la creazione; in superficie ci sono i vari livelli della storia e poi le illustrazioni per confezionare il tutto. Per esempio, tutte le opere dei primi anni hanno una stretta correlazione con la grave malattia che mi ha colpito, anche se all’apparenza questo non è evidente, e al momento della creazione io non ne ero consapevole. Solo successivamente è emerso che questi primi albi siano un riflesso di quella fase della mia vita.

Per esempio in The Fish That Smiled at Me (che spero venga presto tradotto in Italia), sebbene ciò di cui si parla sia un uomo solitario e il suo rapporto con un pesce addomesticato, ho scoperto solo dopo che in realtà riflette la mia esperienza di terapia intensiva durante la malattia, quando dovevo stare in una stanza in cui le persone comuni non potevano avere accesso, e potevo guardare parenti e amici solo attraverso un vetro, proprio come un pesce rinchiuso nella sua boccia.

Un altro esempio, ne La Voce dei Colori, il viaggio della ragazzina cieca  riflette la mia ricerca di senso della vita dopo la malattia:

Cos’è per me questo mondo? E cosa sono io per lui? C’è qualcuno che si prende cura di me? Ci sarà qualcuno che mi aspetterà all’uscita della metropolitana?

Io spero che le risposte siano sempre affermative, ma non lo so, e, preoccupato per le risposte, creo esprimendo ciò che mi preoccupa. Il mio metodo prevede l’uso di immagini bellissime così da celare le ansie che io non oso rivelare direttamente.

Con il graduale stabilizzarsi delle condizioni di salute, l’incertezza della malattia non è più apparsa così frequentemente nei miei albi. Ciò che compare nelle opere successive sono le questioni della vita: per esempio in molte c’è il rapporto tra me e mia figlia, o le notizie di cronaca. Una Splendida notte stellata comincia proprio da una notizia sulla fuga da casa da parte di due giovani studenti delle medie. Ho poi trasformato questa storia, schernendo l’atteggiamento conservativo degli adulti.

Testo a cura della Redazione
Traduzione: Silvia Torchio

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