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Intervista a Mac Barnett, autore di “Nome in codice. Mac B”

Come nasce questa nuova serie? Più in generale: da dove attingi le idee quando scrivi?

Bisogna andare indietro nel tempo fino alle mie prime esperienze di narratore a una platea di bambini. Ero al college, durante le vacanze facevo l’animatore ai campus sportivi estivi. Peccato che non sia per nulla portato per gli sport! E allora ho trovato il modo di rendermi utile; le cose infatti, tipicamente, in quel posto, andavano così: durante le partite, un giocatore avrebbe tenuto palla per circa 5 secondi, inciampato in uno dei coni da allenamento, picchiato un ginocchio a terra e iniziato a piangere. L’allenatore avrebbe allora dato indicazione di uscire al campo, venire da me e consolarsi ascoltando una storia. A quel punto io, sotto l’ombra di un bell’albero, mi ritrovavo ben presto circondato da un discreto numero di bimbi sudati, agitatelli e anche un po’ demotivati rispetto alle proprie abilità atletiche. Un’audience non facile: ma è stato il mio primo pubblico.    
A loro raccontavo storie d’avventura, ispirate a quello che realmente mi capitava nella vita: storie di come, ogni venerdì, dopo una lunga settimana di lavoro, mentre mi concedevo un rilassante bagno in una vasca calda e piena di bolle, a un certo punto saltavo su perchè mi telefonava la Regina dell’Inghilterra. Ogni volta mi chiedeva un favore, e il favore era sempre lo stesso: dei furfanti avevano rubato i Gioielli della Corona, e io le sembravo l’unico che avrebbe potuto recuperarli. Ebbene, le storie che raccontavo a quei tempi contengono molti elementi che mi interessano ancora oggi, come scrittore: giochi di genere, storia, attualità, potere e autorità, il confine che sfuma tra finzione e realtà. E così, quando ai bambini del campus raccontavo di aver lottato con i giaguari, guidato un sottomarino, fatto incursione nei laboratori segreti del governo, loro mi credevano. E anche i compagni che non si trovavano con noi in quel momento, prima o poi si avvicinavano a chiedere: 
“Ehi, ma sei tu il tipo che fa l’agente segreto per la Regina d’Inghilterra?” E la mia risposta sarebbe stata sempre la stessa:
“Sì. Ma devo confessarti una cosa che deve rimanere tra me e te. Non ero un agente segreto della Regina quando andavo al College… Lo sono stato quando avevo 7 anni!”

Mac B è un racconto certamente godibile per i bambini, ma è anche pieno di riferimenti e elementi degli anni Ottanta molto divertenti da ritrovare per i lettori adulti. È stata una scelta, impostare il libro così?   

Ahhh, gli anni Ottanta! Che epoca diversa. C’erano le spie russe e la moda era vestirsi in tuta. In un certo senso possiamo trovare anche qualche similitudine coi tempi odierni. Ma io che sono cresciuto negli anni Ottanta e molti dei miei libri preferiti per bambini erano ambientati negli anni ’50, ho dovuto rendermi conto, non senza rimpianto, che gli anni Ottanta sono lontani dai ragazzi di oggi come gli anni ’50 lo erano per me. Spero davvero che se gli adulti leggeranno questo libro insieme ai bambini proveranno una piacevole nostalgia. In realtà, però, sono piuttosto interessato a far conoscere gli anni Ottanta ai bambini: è stata un’epoca memorabile per la geopolitica. E anche per i videogiochi!

C’è qualcosa che puoi anticipare, ai Lettori italiani, sul secondo e terzo episodio della serie?

Subirò l’attacco di un cobra, verrò preso in giro da un cigno, e salvato, più d’una volta, da un corgi (cane da pastore gallese, di piccola taglia, ndr). L’Uomo del KGB forse torna forse no, a perseguitarmi. Molti bambini mi hanno chiesto se ci sarà una qualche cosa che esploderà, nel terzo libro. La risposta è sì.

La serie è diventata immediatamente un bestseller del New York Times: te lo aspettavi?

Assolutamente no! Quando stai scrivendo, seduto da solo nel tuo studio, è pressoché impossibile immaginare che chiunque altro possa leggere questo genere di cose; figuriamoci poi se così tanti ragazzi americani. E adesso anche italiani?  Dai, non mi dire!


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