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Intervista a Pietro Scidurlo: una vita nuova, in cammino

pietro scidurlo free wheels

Il cammino di Santiago è stato, per Pietro, l’esperienza con la quale è arrivato ad accettare pienamente se stesso. Paraplegico dalla nascita, non avrebbe mai pensato che la vita gli offrisse un futuro da itinerante: e invece, così è stato. Insieme a Stefano Femminis, che è stato per lui una guida “come Virgilio per Dante”, ha raccolto la sua storia in un libro: Per chi vuole non c’è destino.

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Pietro, raccontaci la copertina del tuo nuovo libro: dov’eri, e che significato ha per te quella foto

La foto nella copertina è innanzitutto un grandissimo regalo: è stata scattata da un amico in un momento molto particolare. Nel 2016 mi è stato chiesto, da due registi della scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volontè, di fare da protagonista in un documentario sulla promozione del turismo lento per tutti in Piemonte, un’occasione generata da Torino Turismo, un’agenzia di promozione e comunicazione piemontese. L’obiettivo era quello di far vedere la Val di Susa attraverso gli occhi di una persona con disabilità, in cammino. I due registi, Eros Achiardi e Marco Neri, mi hanno chiesto di camminare dal Passo del Moncenisio a Torino, un cammino di 5 o 6 giorni, insieme ai miei genitori.

La fotografia è stata scattata nel momento in cui mi ero affacciato su un dirupo: davanti a me, in mezzo alla nebbia, le montagne. Avevo appena raccolto un sasso a forma di punta di freccia, che mi aveva molto colpito perché le frecce servono a indicare il percorso, quindi trovarlo lì per me è stato un po’ come capire che ero sulla strada giusta.
L’amico Fabio Sebastiano, fotografo per passione, mi ha seguito nelle varie tappe per raccogliere degli scatti un po’ particolari, ma non avremmo mai pensato che una di quelle fotografie sarebbe diventata la copertina di un libro.

In Per chi vuole non c’è destino racconti della tua vita e di una riconciliazione che ognuno deve avere con la propria esistenza.
Com’è andata per te? Parlaci della lentezza. E della pietra che hai lasciato lungo il cammino di Santiago.

In passato, la sete di conoscenza e di fare le cose mi portava a vivere tutto troppo velocemente. Mi sono sempre posto molti obiettivi: non appena mi rendevo conto che stavo per raggiungerne uno, subito ne volevo un altro, e poi un altro ancora, in questo modo non mi godevo la soddisfazione della fatica e della vittoria. Mi viene in mente la poesia Il sabato del villaggio di Leopardi: la parte più bella è la preparazione, non la festa.

Ho deciso di intraprendere il cammino perché non accettavo la mia vita e la mia condizione, non ero soddisfatto della persona che ero e non potevo tornare indietro. Tutto ciò mi “mangiava” dentro.
Ho scritto questo libro per far capire quanto sia importante scoprire il proprio intimo, cercarlo e tornare a quello. Io avevo snaturato la mia anima, avevo dato priorità agli obiettivi, senza considerare chi fosse Pietro per davvero.
Il cammino mi ha messo di fronte a me stesso perché, mentre lo percorri, sei costretto ad andare piano, fai fatica, hai sete, muori dal caldo. A volte sei costretto a fermarti, e in quei momenti ti chiedi: “dove sto andando, e cosa sto facendo?”. Sperimentare la lentezza mi ha permesso di “strambare”, come si dice in gergo velistico: cambiare rotta, avere un nuovo sguardo sulla mia vita. Come nel film Sliding doors, capire attraverso quale porta passare, al momento giusto.

Un caro amico, prima di partire mi disse: “porta con te una pietra. Al momento giusto saprai cosa farne”. Non sapevo quasi nulla del Cammino di Santiago, solo che dovevo percorrerlo e che mi avrebbe aiutato. Sono partito per chiudere il cerchio.
Ho portato con me un sasso raccolto davanti a casa mia, senza sapere cosa ne avrei fatto, ma sentivo che prima o poi mi sarebbe servito. Quando sono arrivato a Cruz de Hierro e ho visto per la prima volta le tante pietre lasciate lì dai viaggiatori, non mi è subito stato chiaro il motivo; poi ho parlato con alcune persone e ho capito il senso di portarsi un peso tutta la vita e di volerlo abbandonare: “ti lascio in questo luogo perché sono arrivato fin qui”. Allora ho scavato dentro di me.

Lasciare quella pietra per me non è stato solo abbandonare il peso del rapporto con la mia disabilità, ma anche un modo per dire: “ho fatto tanta strada, portandoti con me; e ti lascio qui, perché qui so che ti ritroverò”.
Ammettere che questo sasso fa parte di me, che sono questa persona perché l’ho portato con me tutta la vita, riuscire a vivere questa fase di accettazione, è forse stata la sfida più grande.

Pietro Scidurlo in cammino

Che cosa ha significato la pubblicazione della Guida al cammino di Santiago per tutti?

Santiago per tutti era l’idea e il sogno di un singolo, che è diventato un oggetto per molti e un sogno per tutti.
Quando ho percorso il cammino le prime due volte, non avrei mai pensato che avrei scritto una guida, sebbene sarebbe stato uno strumento utile se fosse esistita, per me e per molti.
L’idea del libro è nata parlando con Luciano Callegari, è stato lui che mi portato da Miriam Giovanzana, direttrice editoriale di Terre di mezzo. Lei mi ha detto: “Pietro, non ho dubbi, perché ho visto il risultato nei tuoi occhi”. Da quel momento abbiamo iniziato a lavorare alla guida, mettendo da parte tutto il resto, affetti e impegni, e ci siamo dedicati a questo progetto con tutti noi stessi.
La più grande soddisfazione è di aver regalato un’opportunità e un sogno a tantissime persone: a coloro che prima potevano vivere il cammino solo attraverso gli occhi degli altri, ora grazie alla guida possono diventare protagonisti del percorso come della loro vita.

Oltre al lavoro mio e di Luciano, otto persone di Free Wheels, associazione che ho fondato dopo aver percorso il mio primo Cammino di Santiago, hanno ripercorso il cammino due volte e sono state in Spagna ottanta giorni per le rilevazioni dei dati. C’è stato un grandissimo dispendio di tempo e lavoro di volontariato, di persone che si sono dedicate al prossimo, insieme a me e Luciano, per realizzare una guida che garantisce una continuità territoriale in tutto il cammino. Il nostro obiettivo non era di stendere lingue di cemento, ma di trovare delle soluzioni e garantire un percorso continuativo. Questo è stato Santiago per tutti, e non esiste altra guida simile.

Pietro Scidurlo in cammino

Il cammino offre la possibilità di conoscere molte persone, raccontaci di un incontro particolarmente importante per te.

Il cammino è un’esperienza di incontro, un’occasione per avvicinarsi a se stessi e agli altri. Tra le tante persone che ho conosciuto, ricordo un signore tedesco che stava facendo il percorso in bici. Ci fermammo a parlare. Sul manubrio aveva la foto di un bambino; non ho chiesto nulla, ma ho compreso che lui stava facendo il cammino per quel bambino. Quella foto mi ha fatto capire quanto sia importante dedicare le nostre azioni e i nostri passi agli altri.
Nel prossimo itinerario che farò voglio portare con me una persona speciale per farle capire che può vivere diversamente e per aiutarla a trovare la sua strada.
Il vero senso del cammino è di aprirsi all’altro e la cosa più bella che posso fare è di mostrare agli altri che si possono cogliere nuove opportunità.

Sul canale Facebook di Free Wheels state realizzando delle dirette, insieme all’organizzazione NoisyVision, sul tema dei Cammini per tutti. Dicci di più su questo progetto.

Dario Sorgato di NoisyVision ed io ci conosciamo da qualche anno e ci occupiamo di rendere accessibile l’esperienza del cammino a tutti. NoisyVision si dedica principalmente a persone con disabilità visive, e noi di Free Wheels ai cammini per tutti, con un occhio particolare alle persone con mobilità ridotta.
Abbiamo deciso di sederci a un tavolo virtuale per mettere in condivisione le nostre esperienze e spiegare come poter supportare ogni esigenza.
Come ha detto quello che amo definire un caro amico, Ezio Bosso:
“Sono una persona con una disabilità evidente in mezzo a tante persone con disabilità che non si vedono”. Così Dario ed io crediamo che ognuno abbia le sue specificità, per questa ragione il nostro obiettivo è di unire le esigenze di ognuno e spiegare come affrontarle.
La nostra cara amica Sara Zanni ci sta aiutando a raggiungere più persone possibili, perché il nostro intento è far conoscere le nostre realtà e fare in modo che sempre più persone possano usufruire delle informazioni che raccogliamo e condividere la nostra passione.

Come torneremo a camminare, dopo questo tempo di epidemia e lockdown? E quali sono i tuoi progetti per il futuro?

I cammini, oggi più che mai, possono permetterci di rinascere e darci una nuova normalità, più consapevole e universale, per tutti. Noi stiamo lavorando in questa direzione, perché crediamo che l’esperienza del cammino possa far ripartire il Paese, dalle aree interne a quelle più turistiche.

Questo è il momento giusto per ricostruire una normalità per tutti, attenta alle tante specificità ed esigenze. Oggi molte più persone si stanno accorgendo degli “invisibili”: è importante che tutti affrontino il tema dell’accessibilità, perché solo così si potrà davvero parlare di inclusione.
Chiediamo solo una normalità che tenga conto degli “invisibili” perché oggi non si possono davvero più ignorare.

Per quanto riguarda il mio futuro, il sogno è di tornare a camminare, insieme alla mia ragazza, Giulia. L’idea è di fare un cammino per lanciare un messaggio positivo: chi ha disabilità guiderà chi non ne ha, ci sarà quindi uno scambio di ruoli, perché tutti possono aiutare il prossimo, così da scoprirci, ad ogni passo, un po’ di più.

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    I Percorsi a piedi e in bicicletta, i libri per bambini de L’Acchiappastorie, i manuali creativi delle Ecofficine sono le nostre collane principali.
    Per primi abbiamo pubblicato la Guida al Cammino di Santiago, titolo bestseller oggi giunto alla 12ma edizione.
    Tra i nostri libri più amati e conosciuti: La grande fabbrica delle parole, albo illustrato da Valeria Docampo e la serie Dory Fantasmagorica, di Abby Hanlon.

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