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Intervista a Felicita Sala, Miglior Illustratrice Premio Andersen 2020

Illustratrice laureata in filosofia, Felicita Sala, Premio Andersen 2020, ci racconta il suo percorso e gli artisti che l’hanno ispirato, i materiali che ama usare e le tecniche che predilige. Buona scoperta!

Felicita, parlaci di te

Sono arrivata forse un po’ tardi all’illustrazione. Molti giovani illustratori oggi hanno un’ampia scelta di corsi specializzati, università, master e workshop da cui scegliere. A me sarebbe tanto piaciuto fare un percorso del genere. In Australia non esisteva niente di tutto questo nei primi anni 2000. Mi sono rifiutata di fare belle arti perché lì si concentrava praticamente solo in arte concettuale. E quindi ho scelto filosofia, perché la amavo, e perché pensavo che avrei sempre potuto insegnare lingue per sopravvivere. E così ho fatto, per qualche anno, mentre viaggiavo tra Australia e Europa, cercando di dare un senso alla vita. Poi ho scoperto l’illustrazione contemporanea, durante un passaggio a Roma, e ho capito che avrei voluto fare quel lavoro. E dopo tanti anni, piano piano, ci sono riuscita.

All’inizio usavo l’acrilico perché conoscevo quello, avevo sempre dipinto su tela, in olio e acrilico, e non avevo idea di come usare l’acquerello o la tempera, le tecniche più classiche dell’illustrazione. Poi ho cominciato a sperimentare e ho trovato nell’acquerello e matite colorate la tecnica più adatta a me.

Quali sono i tuoi illustratori di riferimento ?

Gli illustratori che più mi hanno influenzato, soprattutto all’inizio, sono quelli dei picture book degli anni 50 e 60, I Provensen, JP Miller, Miroslav Sasek, e poi la poetica di Štěpán Zavřel e di Marc Chagall, l’iconografia Bizantina, l’illustrazione svedese degli anni 60, l’arte Folk e Naif e tante altre cose.
Tra gli illustratori e artisti contemporanei che ammiro (e sono tanti, c’è tantissimo talento in giro, è sconvolgente): Pablo Auladell, Joanna Concejo, Beatrice Cerocchi, Emma Adbåge, Isabelle Arsenault, Shaun Tan, Laura Carlin, Veronica Ruffato, Manuele Fior, JooHee Yoon, Miroco Machico, e molti altri.
Ho molti libri illustrati a casa, ma quello a me più caro l’ho trovato per caso, abbandonato in un parco, un tesoro: A Peaceable Kingdom di Alice e Martin Provensen.

Io non disegno, coloro!: parlaci del libro. E dei tuoi colori

Questo libro nasce da un’ idea della mia agente Kirsten Hall che, guardando dei bozzetti nei miei quaderni, un giorno mi ha detto: “Devi fare un libro sui colori!” Ma siccome io non mi butto quando si tratta di scrittura, con l’editore si è trovato il match con Adam Lehrhaupt, autore di un testo che mette insieme colori e emozioni, ma anche il disagio di quei bambini che smettono di disegnare per paura di non essere bravi.

Sei la vincitrice del Premio Andersen 2020 come migliore illustratrice. Cosa significa per te vincere questo premio?

È un premio assolutamente inaspettato. Quasi mai mi ritengo soddisfatta del mio lavoro, anche se mi sento enormemente grata di poterlo fare, anche perché per tanti anni mi sembrava un traguardo irraggiungibile.

Avere questo riconoscimento mi dà come la conferma che sto facendo qualcosa di buono, nonostante la mia costante insicurezza.

Descrivici com’è il luogo dove sei solita lavorare

Lavoro per metà in un angolo del salotto, e per metà, quando posso, in uno studio condiviso con altri illustratori e con mio marito Gianluca Maruotti, animatore stop-motion.

Lo studio si trova a Trastevere, in una strada piena di altri studi creativi, dove si trova anche la scuola di illustrazione Officina B5 e tanti amici che lavorano e insegnano in questo campo, tra cui Lorenzo Terranera, Susanna Mattiangeli, Fabio Magnasciutti, Marco Corona, Alessandro Ferraro. Via Bertani è stata e rimane tutt’ora un luogo pieno di vita e di storia.

Questa stradina di Roma e le persone che negli anni sono passate di li è stata fondamentale nel mio percorso di illustratrice.

Quali consigli ti senti di dare a un aspirante illustratore?

Credo che il dilemma più comune per chi desidera intraprendere questo mestiere (e lo è stato anche per me), è quello di trovare la propria voce e il proprio stile, e questo è assolutamente normale, anzi, necessario. Nel senso che bisogna passarci: è una battaglia importante, quella di trovare una voce propria.

Un altro problema può essere quello di volere troppo, troppo presto, senza aver sviluppato un senso di che cos’è un libro illustrato. Il mio consiglio è di studiare i libri, partendo dai classici, per conoscere meglio quel misterioso legame tra testo e immagine. Il libro illustrato è testo e immagine, le storie sono importanti e spesso prendono il secondo piano nei libri illustrati contemporanei.

A volte poi si può intraprendere questo percorso nella speranza di costruirsi una sorta di museo personale, e ci si dimentica che il libro è qualcosa che è a servizio del lettore, e quel lettore è quasi sempre un bambino. E quindi, il mio ultimo consiglio è quello di non dimenticarsi del bambino. Del proprio bambino interiore, e del bambino lettore, che si aspetta da noi grandi cose.

Desideri e progetti per il futuro?

Vorrei trovare lo spazio mentale per poter scrivere le mie storie. Per ora non mi sento in grado, proprio perché ho degli standard veramente troppo alti per quanto riguarda la scrittura per bambini, che, come diceva Roald Dahl, è la scrittura più difficile di tutte.

Credits foto: Viola Damiani

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