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Il duro lavoro di buttar giù parole

Alice McDermott è la classica autrice che ti chiedi perché diavolo in Italia non la conosca praticamente nessuno, mentre in America è uno dei grandi nomi del firmamento letterario nazionale, due volte finalista al Premio Pulitzer e vincitrice del National Book Award (date un’occhiata agli articoli su di lei pubblicati dalNew York Times). Terre di mezzo ha riportato in libreria dopo vent’anni il suo romanzo Una cosa difficile come l’amore e di recente anche Einaudi si è “accorta” dell’esistenza di questa scrittrice (guarda caso con il libro arrivato in finale al Pulitzer nel 2007, quando vinse Cormac McCarthy con La strada), mentre in passato ci avevano provato Rizzoli e Garzanti, senza poi proseguire.
Ecco l’intervista che Alice McDermott ha gentilmente concesso a le parole necessarie.

Qual è il significato profondo della scrittura, nella tua esperienza, e qual è il senso della scrittura per te?
Credo di scrivere narrativa per lo stesso motivo per cui leggo narrativa: per vedere il mondo in un modo nuovo, da una nuova prospettiva; per vedere il caos che è comune, arbitrario nella vita, modellato in qualcosa di sensato e bello semplicemente dal linguaggio. Per me la parte migliore della scrittura (e della lettura) è quando una frase o un paragrafo o una scena mi colpisce come intrinsecamente vera: qualcosa che ho sempre saputo ma che non sapevo di sapere finché non è stata messa in quel modo…

Come viene alla luce uno dei tuoi libri? Da dove arrivano la trama e i personaggi, come li costruisci?
Ogni libro che ho scritto ha una genesi leggermente diversa. Una cosa difficile come l’amoreper esempio, iniziò con una voce, una voce che voleva esplorare ed esaminare la memoria collettiva di un certo tempo e di un certo luogo. Il nostro caro Billy iniziò con un personaggio, lo stereotipo dell’alcolista affascinante, e la sfida per me di vedere se sarei riuscita a scrivere di uno stereotipo e tuttavia coglierne la vita singolare. Child of my heart è una cosa che ho scritto dopo l’11 settembre; volevo semplicemente cogliere qualcosa della nostra capacità di essere contemporaneamente vivi in un dato momento e consapevoli della nostra mortalità. Dopo tutto questo iniziò con l’idea della famiglia come nostro primo rifugio. Questo è il genere di cose con cui inizio, ma la trama e i personaggi si sviluppano solo attraverso la scrittura – il duro lavoro di buttar giù le parole.

Qual è la responsabilità di uno scrittore nei confronti del lettore? E qual è il suo ruolo sociale?
Credo che l’unica responsabilità di uno scrittore di narrativa sia quella di fare il miglior lavoro possibile con il talento che gli è stato dato. Cioè, essere leale nei confronti del linguaggio e della storia e degli stessi personaggi – nessuna posa, nessuna opinione politica da costruire, nessuna manipolazione della trama o considerazione commerciale. Il nostro obiettivo è quello di dire qualcosa di vero su cosa significa essere umani – qualcosa di vero per tutti noi, in ogni epoca. È un obiettivo impossibile, naturalmente, ma a maggior ragione continuiamo a provarci. È l’opera stessa ad avere un ruolo nella società, non l’autore. Almeno, questo sarebbe il mio ideale – gli autori dovrebbero essere capaci di starsene a casa a scrivere, in tour dovrebbero andarci solo i libri! Ahimè, quelli delle vendite non la vedono allo stesso modo…

Spesso nei tuoi romanzi i personaggi hanno un background irlandese. Com’è legato questo alla tua vita e quanto è importante la vita reale di uno scrittore nei suoi libri?
Io sono un’irlandese americana cattolica di seconda generazione, quindi i dettagli di questo particolare background li conosco bene. Utilizzo quei dettagli nei miei romanzi – il linguaggio della Chiesa, i modi di dire, e di pensare, degli irlandesi americani in generale – ma penso a questi particolari soltanto come mezzi per raggiungere un fine. Come dicevo, a me interessa di più quello che è vero per tutti noi. Non mi piace l’idea di narrativa “etnica” , o quella di leggere l’opera di un dato scrittore etnico per trovarci qualcosa su una particolare cultura. Voglio leggere qualsiasi cosa sia onesta e ben costruita e vera.

Nel tuo bellissimo romanzo Una cosa difficile come l’amore scrivi anche della perdita dell’innocenza del nostro mondo e dell’impossibilità di salvare le persone che amiamo. Non c’è speranza?
Yeats (parlando degli irlandesi) scrisse: “L’uomo è innamorato e ama ciò che svanisce/cos’altro c’è da dire?”. Noi siamo vivi nel mondo e allo stesso tempo siamo consapevoli (a diversi livelli) della nostra mortalità. Amiamo un’altra persona (anche qui a diversi livelli) e siamo al contempo consapevoli della mortalità dell’altro. Questa è la nostra condizione ed è sorprendente e spaventosa. La domanda che mi interessa è: il nostro amore per un’altra persona viene reso senza senso, cioè sconfitto, dalla morte, oppure l’amore ci salva, anche dalla morte? In 
Una cosa difficile come l’amore , Sheryl insiste che le persone che lei ama non “scompaiono e basta” – lei vede l’amore come una cosa che redime, e finisce il romanzo consegnando il suo bambino appena nato a un’altra coppia: una redenzione, in qualche modo. Un gesto pieno di speranza, non credi?

Stai lavorando a un nuovo romanzo? Di cosa parla?
I sto sempre lavorando a un nuovo romanzo. A volte dico ai miei studenti che essere uno scrittore significa dover fare i compiti a casa per il resto della tua vita… Questo nuovo romanzo mi si sta ancora rivelando. Potrei non sapere di cosa parla finché non sarà finito.

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