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Filosofia per bambini. Casa, quartiere, città

nel mio quartiere non succede mai niente

Dopo tanta attesa, il ritorno a scuola si è finalmente realizzato, lo scorso settembre. E l’anno scolastico in corso, oltre a celebrare la gioia di ritrovarsi, può diventare un’occasione preziosa per riflettere “a più teste”, dando modo a ciascun bambino di raccontare ed elaborare la propria personale esperienza.

Ragionare insieme sui mesi di distanza può risultare ancora più interessante se si adotta un punto di vista un po’ inusuale: per esempio, perché non riflettere sulla… noia. Quasi tutti, nell’impossibilità di uscire da casa o, nella migliore delle ipotesi, costretti ad accontentarsi di un rapido giro del quartiere, hanno dovuto affrontare qualche momento di noia, in cui si sono sentiti rinchiusi, come in una gabbia.

Ma cos’è la noia? La conosciamo e ne facciamo esperienza: eppure, definirla non è così immediato
È uno stato d’animo, un sentimento?
È quando ci stufiamo di fare qualcosa? Oppure quando non troviamo nulla da fare?
È un momento di vuoto? O qualcosa che non piace?

Nel mio quartiere non succede mai niente è un albo che mette in scena la noia in maniera diretta ed efficace, giocando sul contrasto tra un bambino perennemente imbronciato seduto in primo piano, e le mille peripezie che si susseguono sullo sfondo.

Chester Filbert è il prototipo perfetto dell’annoiato: volta le spalle al mondo che lo circonda e, mentre dietro di lui fervono le attività più varie, si lamenta della monotonia del suo quartiere e sogna di vivere in un posto diverso. 

Basterebbe che si girasse, che abbandonasse per un attimo il marciapiede su cui è seduto, per accorgersi delle sorprese che gli riserva la via in cui abita: ladri, incendi, paracadutisti e persino banconote che svolazzano da un furgone blindato. Basterebbe che il protagonista cambiasse il suo sguardo sul quartiere per vedere davvero ciò che accade, ma la noia lo rende distante da tutto e tutti.

E allora un’altra domanda sorge subito: la noia rimane o sparisce dopo un po’? E com’è che sparisce?

Anche la discussione sulla noia e l’annoiarsi riserva qualche sorpresa: dalla lettura collettiva dell’albo e dagli interrogativi che ne emergono, si può ripensare la quarantena in un modo tutto nuovo, invitando i bambini a chiedersi se il lockdown ha permesso loro di riscoprire qualche angolo della via in cui abitano, del condominio o del quartiere a cui non avevano mai prestato attenzione… e da lì, in un attimo, prende forma una mappa dei luoghi riscoperti e strappati ad uno sguardo annoiato, a quella forma di disattenzione che diventa chiusura rispetto agli stimoli che il mondo offre a noi – e a Chester Filbert il quale, però, continua a non accorgersene.

Da una discussione sul quartiere a una riflessione sul significato di “casa”, il passo è breve e l’albo Cosa c’è nella tua valigia? permette di compierlo con facilità. Tra le pagine di questo libro (a cui abbiamo dedicato un approfondimento già con il post della rubrica a cura della maestra Chiara) si muove uno strano animale che trascina con sé una grosso bagaglio; appena arrivato, dichiara alla volpe, al coniglio e all’uccello che quella valigia contiene la sua tazza e, soprattutto, la sua casa.

Ed è solo quando gli animali, un po’ insospettiti, la aprono con la forza che capiscono cosa intende: compare la foto di una casetta, l’abitazione che lo sconosciuto ha dovuto lasciare per affrontare il viaggio, e la sua tazza.

Due oggetti che per lui rappresentano “casa”. Un posto concreto, solido, sicuro. Ma anche una sensazione di familiarità, calore e affetto. Cosa intende un bambino con una parola essenziale come “casa”? La casa in cui abita, la sua camera? O magari il posto da dove viene la sua famiglia? Uno stato d’animo, il sentirsi accolto e protetto? Una persona amata, la mamma, il papà, fratelli e sorelle? E in che modo la rappresenterebbe? A una sola parola, una delle prime che si impara a pronunciare e a scrivere, corrisponde una molteplicità di accezioni, un universo di significati diversi: basta pensare ai tanti tipi di casa che esistono, in Paesi e continenti differenti. Senza dimenticare la “casa” degli animali: la tana di una marmotta, il nido di una rondine, la cuccia di un cane… hanno qualcosa in comune? E se esiste una caratteristica che le accomuna, qual è?

La discussione si traduce così in esercizio pratico, che coinvolge ciascun bambino e a tutti offre l’occasione di esprimersi: riprendendo quanto consigliato dalla maestra Chiara, si può domandare ai bambini di trovare due oggetti che rappresentino per ognuno di loro “casa” e incoraggiarli a raccontarli agli altri. Oggetti di vario genere, ma anche foto o disegni per rendere profumi ed emozioni, a cui è difficile dare una veste concreta ma che sono così importanti quando si parla di “casa”.

Casa dopo casa, quartiere dopo quartiere, prende forma una città e la riflessione assume dimensioni nuove: Viaggio per Utòpia è l’opera collettiva di cinque illustratori che hanno lavorato insieme per rappresentare la loro città ideale e l’hanno voluta aperta, vivace e sostenibile.

Il nome è già un programma, così come la veste grafica, un coloring book che si dispiega per due metri senza interruzioni: “utopia” è un non-luogo, un posto che non esiste sugli atlanti ma che stimola l’immaginazione di piccoli e grandi, esattamente come ha fatto per millenni con scrittori e filosofi.

Se per Platone la città ideale è governata dai filosofi perché sono i soli a saper promulgare leggi giuste, che forma potrebbe avere per un bambino? Cos’ha diritto di cittadinanza e cosa, invece, è bandito?
Esistono anche lì le leggi oppure ognuno è libero di fare ciò che vuole? Viaggio per Utòpia incoraggia a porsi e porre domande, a discutere insieme sul perché delle risposte e a seguire l’esempio degli illustratori, disegnando con fogli, matite e pennarelli la propria città ideale.

L’utopia di ogni bambino, poi, può diventare parte di un’unica utopia collettiva: una città che nasce dall’unione delle varie città ideali, capace di racchiudere in sé le qualità che ciascuno di loro considera fondamentali.

Redazione: Sofia Zanderighi

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