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Premio Pieve edizione 2020, il racconto del nostro viaggio

Di ritorno da Pieve Santo Stefano, siamo carichi di storie e voci di coloro che hanno depositato i loro diari all’interno dell’Archivio nazionale.
Abbiamo vissuto tre giorni ricchi di appuntamenti, in completa sicurezza, organizzati nei minimi dettagli nel rispetto delle norme, tra incontri, letture, cene di cucina toscana e spettacoli teatrali.

Venerdì mattina abbiamo ascoltato le storie dei finalisti del concorso DIMMI Diari Multimediali Migranti del 2019, raccolte nel volume Il confine tra noi. Storie migranti, terzo volume della serie. Tra i relatori Patrizia Di Luca e Alessandro Triulzi, che hanno curato il libro, e Michele Colucci, storico che ha scritto la prefazione.

Quando ci avviciniamo a Paule Roberta Yao, tra gli autori del libro, lei sorride, stringe il libro tra le mani e ci dice: “è come un figlio!”


Il pomeriggio è stato il momento dedicato ai finalisti di quest’anno, che emozionati hanno raccontato i loro viaggi, le loro traversate, accompagnati dalle letture di di Donatella Allegro e Andrea Biagiotti. Come filo rosso di queste storie, la parola conduttrice è “l’urgenza” di dover descrivere le terribili esperienze vissute, di doverle “tirare fuori da se stessi”, esprimerle e narrarle, rendere gli altri consapevoli e così da denunciare le ingiustizie subite, perché come ha detto Mamadou Diakite, finalista di questa e della scorsa edizione del concorso: la mia storia nessuno potrà raccontarla meglio di me.

Il potere di questi racconti autobiografici è quello di rendere vive le esperienza di migrazione, non pagine di giornali con freddi numeri, ma racconti personali di emozioni, storie individuali che diventano di tutti.

Riportiamo qui un’estratto del racconto di Mouhamadou Lamine Dia:

Nel frattempo mi ero innamorato di Arthur Rimbaud perché mi sentivo incompreso come si sentiva lui. Potrebbe sembrare paradossale che uno così critico sull’operato della Francia possa amare cosi tanto la loro letteratura, ma chi la pensa cosi vuol dire che non conosce il mio rapporto con Barbara. Non si può imputare al singolo francese la colonizzazione tantomeno le altre cose del passato.

Sabato mattina incontriamo Nicola Maranesi, autore di L’abisso non ci separa: libro che mette in evidenza le analogie tra i racconti di emigrazione degli italiani all’estero e quelli degli immigrati nel nostro Paese. Venti italiani cittadini del mondo e venti cittadini del mondo italiani, a due per volta, narrano la loro partenza, il loro viaggio, il loro arrivo, lo smarrimento, il disagio, il successo, i fallimenti.

Maranesi racconta che il libro nasce da un un cortocircuito avvenuto in lui a causa della foto diffusa sui media del bambino Alan Kurdi e della lettura del diario di Carola Zanchi che nel 1922 racconta la morte di un neonato in mare, durante il suo viaggio di emigrazione per arrivare in Argentina.
Mosso dal disappunto nel sentire parlare sempre di una grande separazione “NOI” e “LORO”, ha iniziato a riflettere sulle similitudini tra gli italiani partiti e coloro che arrivano nel nostro paese. Analogie di sentimenti, come quello della nostalgia e del dolore.

Elona Aliko, il cui racconto è all’interno di questo libro, viene definita “emblema dell’attivista di DIMMI”, e ci parla di “quarantena all’aria aperta”: essere presente ma non esistere, perché le persone hanno bisogno di vivere il mondo fuori, riconosciuti, attraverso i contatti e i legami con gli altri.
DIMMI Diari Migranti ci permette di arrivare in luoghi lontani dal mondo attraverso le esperienze individuali di coloro che decidono di raccontarsi sulla carta, donandoci così la possibilità di conoscere le loro storie.

Nel pomeriggio partecipiamo alla presentazione di Come un arco teso. Autobiografia di una figlia del Risorgimento, emozionati, perché quello di Eugenia è un diario che racconta una storia di emancipazione individuale di chi non ha mai tradito i suoi ideali. Unica donna nel suo corso all’università, viaggia per il suo lavoro di insegnante, non si stanca mai di osservare e ammirare, e segue il marito in Africa e durante la Grande guerra, per amore.
Se qualcuno leggerà queste mie memorie saprà almeno che ho messo tutto il mio impegno a non deviare da questa via che mi sono imposta a priori: essere sincera anche a costo di non fare bella figura. A presentare il libro: Patrizia Gabrielli, Natalia Cangi e Guido Barbieri.

Domenica mattina ci regaliamo una visita al Piccolo Museo del Diario. Aperto nel 2013, dona al visitatore la possibilità di conoscere in modo interattivo alcuni dei 9.000 diari depositati nell’Archivio. Una parete di scaffali, come un jukebox del museo, in cui aprendo un cassetto, una voce inizia a parlare, quella di un attore che recita le parole di un diario, scritta da persone provenienti da ogni classe sociale, con ogni tipo di istruzione. Di notte i diari escono dagli scaffali e si sussurrano le storie, si raccontano a vicenda.

Domenica è il gran giorno: nel pomeriggio scopriamo il diario vincitore. Sono otto i racconti autobiografici, e sabato la giuria, composta anche dalla nostra editor Sara Ragusa, hanno scelto il diario che per l’urgenza della vicenda si merita di vincere questa edizione del Premio Pieve Saverio Tutino.

Dopo una lunga cerimonia, la vittoria della 36° edizione del Premio Pieve Saverio Tutino viene attribuita all’autobiografia “Nei miei okki” di Tanya Ferrucci.
Questa la motivazione della giuria nazionale:

❝Tania Ferrucci ci consegna una storia autobiografica di denuncia, scritta con piglio audace e rivendicativo, chiamando a testimone più volte il lettore e interrogandone la coscienza.
Tania è nata nei bassifondi di Napoli nel 1960 in una famiglia disastrata. Il suo corpo è quello di un maschio, anche se fin da piccola si sente “bambina dentro”. Conosce presto la violenza, finisce in orfanotrofio e a tredici anni inizia a prostituirsi per sopravvivere e guadagnare i soldi che le serviranno per realizzare il suo sogno, la costosa operazione di cambio di sesso, che farà a ventisei anni. Diventa una bellissima donna e lavora come ragazza immagine nelle discoteche. Qui incontra alcol e droghe, a cui non sa sottrarsi, ma anche ricchezza e macchine potenti. È ammirata da molti, ma non trova mai risposta al suo più profondo desiderio: quello di conoscere “l’amorevitamia”, un uomo che la ami incondizionatamente. A trentanove anni, nel 1999, entra nelle comunità Saman dove comincia un percorso di disintossicazione e recupero che finirà nel 2010. Da ospite diventa collaboratrice della comunità, per cui lavora ancora oggi.
Il coraggio di ripercorrere la sua storia placa, in parte, gli interrogativi ai quali non darà mai risposta: perché è diversa, come si fa ad essere amati, perché la madre è stata così indifferente e feroce con lei. Trova nella scrittura un riscatto che dà senso al suo passato.
La giuria segnala con menzione speciale la vicenda intensa e dolorosa di Anna De Simone. La qualità e la forza della scrittura di questa autobiografia, in cui l’autrice non fa sconti e non chiede comprensione, rispecchiano un percorso di maturazione e di profonda conoscenza di sé e del suo mondo emozionale e affettivo. Anna ha perso la voce a causa di una malattia, queste pagine sono oggi il suo unico mezzo per raccontarsi.❞

Tanya Ferrucci, vincitrice del Premio Pieve Saverio Tutino 2020

Foto di Christian Trevaini

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